Fatti
Il mondo è ipnotizzato dallo Stretto di Hormuz, dimenticando cos’è lo shipping globale: merci via mare che valgono 358 miliardi di dollari nel 2025. E recentemente il business ha anche cambiato riferimento, per di più proprio grazie all’Italia. Msc, ovvero Mediterranean Shipping Company, ha sede a Ginevra, tuttavia è stata fondata nel 1970 a Napoli da Gianluigi Aponte. Quest’anno sembra in grado di raddoppiare la movimentazione rispetto al 2020. Msc si traduce in 963 navi portacontainer (707 di proprietà), approda in 270 porti nei sei continenti, vanta 350 uffici locali e 28 mila dipendenti. È il “miracolo italiano” sulle onde, perché Gianluigi Aponte – nato a Sant’Agnello nel 1940 – con i soldi della madre vara la sua prima nave da carico: con la Mv Patricia commercia nel Corno d’Africa. Oggi è l’uomo più ricco della Svizzera e ha ceduto Msc ai figli Diego e Alexa.
D’altro canto, lo shipping si rivela sempre più cinese con Cosco Shipping Holdings che possiede una flotta di 557 navi che fanno crescere la movimentazione a oltre 13 milioni di teu (Twenty-foot Equivalent Unit la misura standard, pari a un container da 20 piedi di lunghezza). E come ha documentato Milena Gabanelli nel Data Room pubblicato il 25 marzo scorso, Pechino sta monopolizzando le banchine europee: «Cosco controlla sia la Piraeus Port Authority, sia i due principali terminal container. A Rotterdam, Ck Hutchison, multinazionale di Hong Kong riconducibile al controllo politico di Pechino, gestisce tre terminal, uno in collaborazione con Cosco. Le società cinesi controllano anche un terminal a Bruges–Zeebrugge, uno ad Amsterdam, uno a Valencia, uno a Bilbao, uno a Barcellona, uno a Stoccolma e uno a Gdynia. Nel Regno Unito gestiscono un terminal a Harwich, a Felixstowe e nel polo industriale dell’Isle of Grain. Queste società detengono poi quote di partecipazione nei terminal di Marsiglia, Dunkerque, Montoir-de-Bretagne, Le Havre, Amsterdam, Anversa, Amburgo, Rotterdam, Vado Ligure, Malta e Salonicco».
L’altra faccia della medaglia della Via della Seta marittima è sotto gli occhi di tutti da almeno cinque anni. Traffici illeciti, violazione delle procedure doganali, importazione di prodotti “non conformi”. Tant’è che la Guardia di finanza ha moltiplicato controlli e ispezioni, mentre l’Unione Europea con l’operazione “Calypso” l’estate scorsa ha smantellato al Pireo una rete che gestiva una maxi-frode da 700 milioni di euro. Un bilancio sintomatico quanto inquietante: nel dettaglio, sono stati sequestrati 2.400 container, migliaia di biciclette elettriche e monopattini. Ma soprattutto le perquisizioni hanno fatto affiorare 5,8 milioni di euro in contanti e criptovalute. Anche l’Italia è stata coinvolta nell’inchiesta della Procura europea, che ha interessato 14 Paesi membri dell’Unione.