Idee
Oggi tutti parlano di intelligenza artificiale. Anche questa rubrica settimanale, prossima a compiere il primo anno di vita. Tutti ne parlano: testi, libri, convegni, seminari, film, serie televisive. Pur rappresentando posizioni diverse e analizzando ambiti e approcci alquanto variegati, c’è un elemento che accomuna la quasi totalità dei contenuti associati all’intelligenza artificiale e che inizio a non sopportare più: la grafica.
Fateci caso, il colore è sempre e solo uno: azzurro. La scelta non è banale: l’azzurro ispira sicurezza, calma, fondatezza scientifica. Inoltre, l’azzurro è il colore del cielo, dove ci sono le nuvole, il cloud in cui tutti i nostri dati risiedono. Non si fanno comunicazione di tecnologie innovative in tonalità di rosso: il sangue non aiuta a vendere, neanche le industrie delle armi.
Ciò che però mi colpisce e preoccupa non è tanto il colore prescelto dello sfondo, che al massimo genera in me una certa noia. Ciò che non sopporto più sono le immagini utilizzate. Quasi sempre due soggetti, ripetuti senza neanche troppa originalità.
Il primo è un robot con fattezze umane. Talvolta presentato in un gesto o una attività tipicamente umana, altre volte affiancato a una persona umana in carne ossa. La variante con citazione pseudo culturale è quella costituita da una mano umana che sfiora una mano robotica. Chissà se Michelangelo si ribalta nella tomba nell’immaginare la sua cappella sistina in versione 2.0.
Il secondo soggetto è quello di un cyborg: entità mezza umana e mezza macchina, spesso rappresentata da una testa umana con una telecamera al posto di un occhio o da cui, a seconda delle (poche) varianti, escono fili elettrici e chip. La versione meno robotica di questo soggetto è costituita da una figura umana composta da una serie infinita di 0 e 1 o pixellata. La digitalizzazione irrompe, dissolve e – attenzione attenzione – osa talvolta una tonalità di verde, vecchia reminiscenza dei primi schermi di pc che gli ultrasessantenni forse ricordano.
Basta. Finito. Ma non è la pochezza di fantasia che mi preoccupa. È la falsità dell’immagine che non sopporto.
Le due mani che si sfiorano o il robot e l’umano che si specchiano non esprimono la realtà di quello che stiamo vivendo: la tecnologia, anche quella raffinata offerta dalla trasformazione digitale, non è qualcos’altro da noi, che si relazione a noi, addirittura in modo quasi paritario. Non stringiamo la mano a nessuna macchina! L’immagine corretta è piuttosto quella di un uomo con uno strumento in mano: in passato un martello, oggi una tastiera o uno smartphone.
È innegabile che una chatbot, che sembra parlarci, possa indurci a pensare diversamente, quasi a immaginarlo come una soggettività altra con cui entrare in relazione, ma proprio perché il rischio di confusione è molto più forte che con altre tecnologie del passato, il grado di vigilanza e una corretta comunicazione diventano decisive. Le chatbot non parlano, piuttosto simulano stringhe di codici che a noi umani risultano sensati. L’intelligenza artificiale – quante volte lo abbiamo ripetuto? – non è intelligente ma solo capace di ripetere, talvolta anche in modo migliore del nostro, alcune nostri processi. E se ci spaventiamo davanti a un corpo in cui appare evidente, forse perfino defigurante, una certa integrazione tra materiale biologico e componenti elettronici, prima di gridare allarmati ricordiamoci dei pacemaker impiantati nei petti di milioni di persone o degli apparecchi acustici minuscoli nascosti nelle orecchie che permettono a molti anziani di continuare ad ascoltare la voce dei loro nipoti.
Certamente il digitale sta profondamente mutando la nostra vita e le nostre esperienze, ma la narrativa banale, errata e fuorviante, che oggi prevale, decisamente non aiuta a riconoscere i veri problemi, le sfide e le opportunità di questo tempo che ci è dato.