Mosaico
“Fece scivolare il vecchio volume delle ‘Confessioni’ nella tasca del cappotto, (…) aprì il libro a caso, scorse con l’occhio la pagina a sinistra senza trovarvi nessun messaggio significativo, poi quasi in fondo a quella di destra lesse: ‘Che io non possieda la mia vita; da solo io vissi nel peccato, mi procurai la morte; ora rinasco in Te ’ ”.
Il culmine della resurrezione spirituale dello scrittore Francis Sable, narrata in “Tardi ti ho amato” di Ethel Mannin coincide con il ritrovamento di una antica guida: quell’Agostino che è stato, dopo la sua conversione dal manicheismo, vescovo di Ippona, oggi Annaba, visitata nei giorni scorsi da Leone XIV.
Mannin, che tra l’altro si proclamava non credente, fa compiere al protagonista un percorso di radicale cambiamento, fino alla decisione di farsi sacerdote. Come Agostino.
Ma altre scelte di svegliarsi e combattere contro i propri idoli che erano divenuti spettri -la noia, il senso di nulla dopo aver appagato le sirene dei sensi- nel corso della grande letteratura derivano dall’insegnamento delle Confessioni, e ben prima, di Mannin. Perché il cantore dell’amore ideale verso Laura, Francesco Petrarca, deve tantissimo ad Agostino, talmente tanto che il santo appare come protagonista -e antagonista- in un’opera in latino, il Secretum.
E qui ancora una volta emerge la fascinazione di un libro che parlava più di tanti altri gioielli destinati a passare della letteratura del tempo. Soprattutto quando Petrarca si discolpa davanti al santo dicendo che il suo amore per Laura non è materiale o sensuale, ottenendo una terribile reprimenda perché è proprio questo che sta alla base del suo errore: aver fatto di una persona un assoluto che ha preso il posto del vero dio.
Il che ci riporta a quel passo in cui Agostino confessa di amare l’idea dell’amore, e non una persona in carne ed ossa, allontanandosi dalla realtà, alla ricerca di qualche cosa che diviene idolo e incubo insieme. Per non tacere della geniale percezione del tempo e della memoria: “tutte queste cose la memoria accoglie nella sua vasta caverna, nelle sue, come dire, pieghe segrete e indescrivibili, per richiamarle e rivederle all’occorrenza”. Anticipando alcune teorie della fisica novecentesca e la nuova filosofia di Bergson che si apprestava a combattere il materialismo darwiniano e l’idea della segmentazione del tempo e della sua assimilazione ad una figura matematica.
È quel tempo interiore che da Agostino, attraverso la filosofia bergsoniana, arriva alla “Ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust.
Il tempo non è quello esterno, ma quello che abita nella memoria, in quell’attimo che non c’è più e che però per Agostino fa parte di un creato in cui Dio è dentro di noi. Anche per il laico Proust il tempo non è scansione di segmenti, ma una realtà che vive in noi. Una memoria che il grande estimatore di Agostino, Petrarca, poneva all’inizio dei “Trionfi” come dolce memoria del primo incontro, ma che lentamente diventava, proprio come nelle Confessioni, parte di quell’inutile affanno per l’amore inteso come idolatria e moda letteraria.
E soprattutto diviene condanna di tutte le guerre, viste come strage di innocenti e delirio di potenza, per un potere e una ricchezza condannati dalla ragione vera, quella che deriva da Dio: “Dopo l’imprese perigliose e vane,/ e col sangue acquistar terra e tesoro,/ vie più dolce si trova l’acqua e il pane,/ e ‘l legno e ‘l vetro che le gemme e l’oro”.
Il ritorno ad Agostino, quello reale del Papa nelle sue terre, e quello interiore nelle Confessioni, ci aiuta a capire come la verità non conosce i limiti dello spazio e del tempo.