Fatti
La guerra tra Usa, Israele e Iran non solo sconvolge il mondo, ma rischia di mettere ulteriormente in crisi i già fragili bilanci di gran parte delle imprese agricole, senza dire di quelli delle famiglie. Questione di costi, da una parte, e di approvvigionamenti di mezzi di produzione dall’altra. Questione, anche, di cicli produttivi che, diversamente da buona parte di quelli industriali, non possono essere cambiati da un giorno all’altro. Tre appaiono essere, ad oggi, i punti critici: l’energia e i suoi oneri, le ripercussioni che questi hanno sulla struttura dei costi di produzione agricoli, gli effetti che, infine, tutto ciò potrebbe avere sui prezzi al consumo dei prodotti alimentari.
Per capire meglio, basta sapere che nel giro di pochi giorni, il costo del petrolio (base di fatto di buona parte degli approvvigionamenti energetici e di fattori della produzione come i fertilizzanti) è salito fino anche al 10% rispetto a prima; mentre i traffici mercantili attraverso i mari prospicenti l’area del conflitto sono stati prima rallentati e poi pressoché fermati. Gli effetti attuali oppure previsti? La crescita generale dei costi dell’energia e dei prodotti collegati e, quindi, dei costi di produzione in generale e successivamente dei prezzi di vendita. Un meccanismo dal quale, come si è detto, l’agricoltura e la trasformazione alimentare non sono certo esenti. Un meccanismo, anzi, che tocca pesantemente proprio la produzione agricola. Tra i molti dati disposizione, uno in particolare serve per comprendere. Il centro studi Kpler ha già valutato come dallo stretto di Hormuz passi normalmente il 33% del commercio globale di fertilizzanti. Altre fonti di analisi, indicano come sempre da quel passaggio transitino il 15% dei concimi a base di fosforo, il 31% dell’urea (solo per citare due elementi fondamentali per le coltivazioni).
Hanno quindi ragione le organizzazioni agricole un po’ di tutta Europa (in Italia Coldiretti, Confagricoltura, Cia-Agricoltori Italiani e altre ancora), a lanciare l’allarme su quanto potrebbe accadere. In una nota Coldiretti spiega: “Il conflitto minaccia di replicare quanto accaduto con la guerra in Ucraina, con il balzo alle stelle dei prezzi dei principali fattori di produzione, che dopo quattro anni restano sensibilmente più alti, dal +49% dei fertilizzanti al +66% per l’energia”. La situazione, d’altra parte, ha già avuto ripercussioni a livello nazionale. “Ancora una volta, gli eventi mostrano la vulnerabilità italiana rispetto all’approvvigionamento di gas e petrolio e la necessità di mettere concretamente in piedi un modello alternativo che il Dl Bollette – precisa Cia – sta di fatto disincentivando, a cominciare dal taglio degli aiuti alle imprese agricole produttrici di biogas”.
Tutto questo rischia inoltre di avere ripercussioni anche a medio-lungo termine. La situazione, infatti, rimette in discussione le relazioni tra fonti di energia tradizionali e quelle alternative: l’aumento del costo del petrolio fa tornare conveniente l’uso di biomasse per la produzione di energia. D’altra parte però, lo sfruttamento delle biomasse non è cosa che si possa fare su grande scala dall’oggi al domani. Intanto, i costi dell’energia avranno impatti forti su alcune tecniche di coltivazione e trasformazione e quindi su alcune produzioni: le serre e le coltivazioni orticole, i grandi cereali e le fasi di concimazione ma anche di essiccazione, le stalle e l’alimentazione degli animali così come la trasformazione del latte. Tutto, inoltre, viene complicato dalle manovre di mercato non sempre lecite e non sempre limpide.
Cosa accadrà da qui in avanti? Difficile fare previsioni se non quelle appena accennate: crescita dei costi, diminuzione dei margini, ripercussioni sui bilanci di tutti. E’, in ogni caso, il momento delle politiche di tutela e sostegno della produzione agroalimentare che, anche in un’epoca digitale e ipertecnologica come quella che stiamo vivendo, continua ad essere fondamentale per tutti.