Storie
Qualche mese fa ho raccontato del Brenta e della sua storia. Uno scorrere d’acqua che parte dalla montagna e attraversa la pianura veneta, forzato dall’uomo durante i secoli per integrare le comunità con l’ambiente, l’economia e gli insediamenti abitativi. La naturale conclusione del fiume è la laguna, specchio del mare Adriatico ammirato in tutto il mondo per l’emergere di Venezia, dove l’acqua dolce, dopo 174 chilometri, si dissolve con l’acqua salata dando vita, in soli 550 chilometri quadrati, a un ecosistema unico al mondo.
I pescatori di Chioggia e dintorni definiscono la laguna “l’asilo nido del Mediterraneo”. È un’enunciazione poetica, che contiene i significati di accudimento, nascita, natura e unicità. Solo chi frequenta un ambiente così nel profondo, derivante da una intensa convivenza da prima della Repubblica della Serenissima può darla. Per fare un esempio, la misura dei loro pescherecci e l’utilizzo delle nasse non si sono evoluti con il progresso tecnologico e rispettano, in parte, tradizioni risalenti a secoli di osservazione, lavoro ed esperienza.
Numerose specie animali e vegetali popolano questa parte di pianeta, adattandosi e creando allo stesso tempo le sue caratteristiche, rendendo la laguna stupenda e delicatissima.
Ma un ecosistema unico è anche un ecosistema fragile. Le mani dell’uomo e il cambiamento climatico, strettamente collegati, stanno minando i benefici di piante, terra, animali e acqua.
Quando, entrando a Venezia lungo il Ponte della Libertà, si allunga lo sguardo a destra e sinistra si osservano grandi chiazze di terra marrone scuro emergere dall’acqua. Sono le barene, dossi sabbiosi frutto dell’accumularsi dei sedimenti fluviali. Hanno un’importanza cruciale: attenuano i livelli di marea, sono la casa di piante e animali e, soprattutto, tolgono anidride carbonica dall’atmosfera immagazzinando carbonio organico.
L’alofila, la pianta che ricopre le barene, ha una caratteristica unica, cresce in un’acqua che oscilla tra il dolce e il salato, adagiandosi al variare delle maree. Le barene, in pratica, filtrano l’aria rendendola più pulita. Il grande dibattito tra gli studiosi riguarda l’effetto del Mose (il sistema di paratie per arginare l’acqua alta) che, quando è attivato, riduce del 30 per cento la sedimentazione delle barene, mettendone in discussione la loro sopravvivenza.
Gestire la laguna è compito assai difficile. Bisogna far convivere le esigenze della natura e gli essere umani. I pescatori sono tra i protagonisti del mare e si accorgono per primi dei cambiamenti in atto.
La stazione idrobiologica Umberto d’Ancona di Chioggia è il fulcro dell’osservazione dell’ecosistema, del dialogo con abitanti e lavoratori del settore ittico. I biologi che partecipano a progetti di ricerca frequentano come nessuno il mare, i pescatori e il Mercato ittico di Chioggia. Sono stati proprio alcuni pescatori a percepire gli effetti del cambiamento climatico. Per una pesca regolare e varia, infatti, si ha bisogno di una stagionalità costante e ripetitiva, che lasci al pesce la possibilità di trovare i nutrienti e riprodursi. Tutto questo purtroppo sta cambiando e il mare è sempre più caldo.
Alcune specie tropicali sono arrivate a vivere nell’Adriatico, alla ricerca di una temperatura che assomigli a quella di provenienza, ora invivibile. E i pescatori si trovano così a combattere con meduse, granchi blu e altre specie che prevaricano e distruggono le specie autoctone. I biologi, dal canto loro, proseguono nella collaborazione, spesso richiesta dai pescatori stessi, in termini di divulgazione di buone prassi utili alla tutela del mare. Rispetto, fiducia e dialogo sono quotidiani per preservare sia l’ambiente che il lavoro.
In virtù di questo dialogo, la stazione idrobiologia di Chioggia sta portando avanti nuovi progetti per il mantenimento di specie come le seppie, le razze e gli squali. La pesca porta infatti alla distruzione delle uova di seppia e l’obiettivo dunque è trovare metodi, come collettori esterni su fasce di alloro, che garantiscano la giusta natalità per l’anno successivo, rispettando così anche le tradizioni dei pescatori che con le nasse utilizzano proprio l’alloro per raccogliere le uova.
Razze e squali sono tra le specie più esposte a minacce esterne come la pesca incontrollata, il cambiamento climatico e la distruzione dei luoghi dove si riproducono. Parte dell’operazione consiste, per i biologi, nel fatto di salire a bordo dei pescherecci per monitorare gli animali, identificarli, misurarli e infine rilasciarli per tracciare i loro spostamenti. Il mare si muove per correnti e gli animali si adattano a esse.
Un caso oggetto di studio è nuovamente il Mose. Quando chiudono le paratie le correnti cambiano e i pesci perdono letteralmente la bussola, impazzendo nelle traiettorie per non aver trovato il flusso d’acqua a loro così familiare.
La parte alta dell’Adriatico italiano ha fondali molto bassi, quasi totalmente sabbiosi, ed è soggetta a cambi di temperatura notevoli dovuti alla stagionalità. Dalla sabbia emergono le tegnùe, rocce la cui conformazione è diventata casa per molte specie animali perché dà loro cibo e riparo. I pescatori le amano e le odiano allo stesso tempo perché se è vero che sono l’anima per la riproduzione delle specie, dall’altro sono chiamate così perché “trattengono” e rompono le reti durante la pesca. All’inizio dell’articolo i pescatori cui facevo riferimento sono imprese familiari, rispettose dell’ambiente e sempre attente al principio di sostenibilità. Esiste però un altro tipo di pesca, quella a strascico, che, dragando il fondale, porta indiscriminatamente a raccogliere di tutto e intaccare le tegnùe.
La laguna di Venezia è veramente un luogo unico, in cui l’uomo lotta da secoli per sfruttarlo economicamente e preservarlo affinché il suo contributo possa durare nel tempo. Ma il trattar male la natura sta avendo pesanti ricadute anche di natura economica. La normale riproduzione della fauna marina sta cambiando in peggio. Tutto questo si nota nel commercio del mercato ittico di Chioggia dove confluisce giornalmente il lavoro delle flotte, dei pescatori artigianali e degli allevatori.
I pescherecci stanno diminuendo perché il mare produce meno. La produttività dell’Adriatico, che da solo garantisce tra il 50 e il 60 per cento del pescato a livello nazionale, vede intaccata la propria redditività proprio a causa della precarietà del funzionamento della laguna.
Per preservare la laguna veneta serve l’impegno di tutti. Anche del consumatore. E dunque chiedere la provenienza del prodotto e accertarsi che l’acquisto avvenga nel giusto periodo dell’anno, favorire la produzione locale e limitare la grande distribuzione è un piccolo tassello che assieme agli altri, costituisce quel magnifico e intricato puzzle che è l’ecosistema lagunare.

La laguna di Venezia si estende tra le foci del Piave a Nordest e del Brenta a Sudovest che riversano acqua dolce all’ingresso dell’Adriatico. Si estende per 50 chilometri di lunghezza e 11 di larghezza.
Con una superficie di 550 chilometri quadrati è la più grande d’Italia. È coperta per il 67 per cento d’acqua, il 25 per cento da barene e l’8 per cento da isole. Le valli da pesca arginate occupano il 15 per cento della superficie totale della laguna. La nascita della laguna veneta risale a 6 mila anni fa, al termine dell’ultima era glaciale. In origine la linea di costa del mare Adriatico si trovava 300 chilometri più a sud, all’altezza di Pescara, e il livello medio del mare era 100 metri più basso di oggi. Lo scioglimento dei ghiacci polari innalzò il livello del mare portando l’acqua a invadere la terraferma.
La profondità lagunare media, riferita ai bassifondi, è di 1,5 metri, e i fondali sono quasi interamente sabbiosi. La laguna di Venezia ospita un arcipelago di isole uniche nel suo genere, tra cui spiccano i nomi di Murano, Burano, Torcello, Sant’Erasmo, San Francesco del Deserto e Pellestrina.