Storie
Si nutre d’arte, poesia, pragmatismo, filosofia e ironia, vivendo lontano dalle luci mondane, pur di «dare un senso compiuto all’esistenza». Una volontà che è parte preminente del suo mestiere d’artista, tanto da lasciar pensare che dopo la celebre famiglia dei Da Ponte, detti “Da Bassano”, sia lui l’artista contemporaneo che meglio rappresenta la città del Grappa. Il nome Antonio (Toni) Zarpellon, 82 anni, nativo di Mason, può dire poco ai più, ma se si aggiunge che è l’artefice delle Cave di Rubbio, sull’Altopiano dei Sette Comuni, ecco che l’illuminazione si fa strada. La storia ce lo tramanderà così: come l’artista delle Cave, che però da sette anni lui ha abbandonato per sempre. Il “perché” è il pretesto del nostro incontro, non prima di aver condiviso al telefono che la sua «non è stata una resa, ma una rinascita!». Toni Zarpellon di rinascite ne ha vissute parecchie. Questione di capacità e volontà che non lo abbandonano neppure a ottant’anni suonati, con ancora in mano il pennello, la penna e quel cervello in piena attività, in continua ricerca per l’arte e gli uomini. Una vita fruttuosa, con centinaia di esposizioni nazionali e internazionali, con citazioni nei massimi volumi d’arte contemporanea e una creatività ostinata, quasi monacale, che lo vide uscire dal suo “eremo” di Valle San Floriano, a scavalco tra il Bassanese e il Marosticano dove lo raggiungiamo, ignari di quello che ci aspettava.






Qui, sono poche le tracce della sua cava dipinta e abitata: qualche sasso colorato lasciato fuori di casa e un paio di serbatoi lavorati come fossero maschere greche, a fare da guardiani della vetusta abitazione. Il resto è tutto ancora su, in quella Rubbio che deve molto a questa intuizione artistica, nata più di trent’anni fa che ha portato oltre mezzo milione di visitatori. Oggi è un luogo dove la natura sta tornando a essere co-creatrice con quanto lasciato dal maestro bassanese. «Ero stanco fisicamente e deluso da una certa apatia artistica vicentina e veneta. Così, ho sentito che era ormai giunto il tempo di chiudere un cerchio. Un ciclo che assomiglia a una “morte artistica”, per una rinascita creativa» dice il maestro Zarpellon.
Da questo, l’abbandono del suo “paradiso creativo”, per ripiegare poi sulla “tana” dove trascorre le giornate tra libri, disegni, colori e tele, in un vortice di pensieri che gli fanno compagnia, lontano da televisione e social, con l’eccezione di pochi giornali e una radio, per rispetto a quella sua “ricerca ontologica” che culmina sempre con un punto interrogativo (?). Lo stesso che sovente è presente nelle sue tele. Quasi un eremita dell’arte, che non rinuncia però alla convivialità di persone “non invadenti”, desiderose di conoscere il suo mondo, fatto di paesaggi, soggetti floreali, animali e ritratti. A centinaia, di uomini e donne, come nei “100 ritratti” donati da poco al Comune di Nove, suo paese natale per farne un’esposizione permanente. Su tutti spicca sempre lei: la compagna di una vita, Raffaella De Antonio, che da quarant’anni è la discreta e insostituibile ombra del maestro, nonché musa instancabile immortalata in centinaia di opere, mai uguale e sempre diversa. È la donna che Zarpellon ritrae in ogni posa: vestita o “desnuda”.
Atto questo, che oltre al linguaggio artistico, è un marchio d’amore. “Con il trascorrere delle stagioni – precisa il maestro – la nostra è diventata un’amorevole fratellanza che cementa il nostro lungo rapporto». Senza tralasciare un dettaglio: «Il nostro è stato un lavoro a quattro mani, visto che lei saliva fino a Rubbio con me con caldo o freddo, per tenermi la scala che usavo per dipingere la cava a undici metri di altezza. Un lavoro immane e disumano per entrambi, fatto con infinita passione…».
Non sorprende se, per trovarlo, bisogna perdersi tra le colline, dove fino a qualche anno lui era avvezzo lasciare come “briciole” lungo la strada sterrata, disegni appesi agli alberi, per confermare che ci si trovava sulla retta via. Il rustico non è suo, ma gli è stato offerto vent’anni fa in comodato d’uso dall’imprenditore Renzo Rosso, suo estimatore artistico. Il maestro ha scelto di vivere qui e così: in una vecchia casa di collina, dove una stalla è diventata libreria con solai cigolanti, lontano da macchine e ritmi urbani. Scelta di coerenza e volontà che rende la visita nel suo spazio creativo, un’esperienza al limite dello ieratico. Orograficamente qui ci si trova sospesi tra le Prealpi e il piano assoluto che spinge lo sguardo fino a Venezia. Una metafora paesaggistica che rientra nei pensieri fissi del maestro che incontriamo.
L’antica stalla adibita a studio ha le porte così basse da imporre un atto reverenziale dal gusto dannunziano: «Non è voluto, è roba dei vecchi contadini…» precisa lui, sotto un lampadario di latta che diffonde luce alla maniera di Segantini. Proprio quel celebre pittore dolomitico con cui Zarpellon condivide la passione per le vacche al pascolo: «Hanno una forma così plastica, che l’utilità, la curiosità e la maternità di cui questi animali sono dotati, sono motivi d’attenzione di pittori d’ogni tempo: dalle caverne, ai giorni nostri».
La scrivania è una montagna di volumi con al centro un leggìo su cui resta aperto un vocabolario della lingua italiana: «Una Bibbia per me!». In un angolo la scala di legno che conduce al secondo piano, dove si trova il suo atelier in stile bohémien. Il “cuore” stesso della casa d’artista, dove si respirano le atmosfere di Van Gogh, Monet, Degas o Segantini.
Al maestro non piace mostrarsi mentre dipinge: «Di fatto sono un perdente: lo scriva, la prego… in quanto sognatore. Per una vita ho sognato un mondo migliore, con gente migliore. Invece, eccoci qua» risponde volgendo lo sguardo sul paesaggio oltre la finestra. «Penso al significato delle mie prime “crocifissioni” del 1965, dove rappresentavo il rapporto uomo-macchina. Quel “calvario” di ieri è lo stesso che stiamo vivendo oggi». Unico conforto restano le parole dell’amico pittore spazialista veneziano, Mario Deluigi, che un giorno gli disse: «Abbiamo bisogno di persone che sentono, perché di quelle che vedono ce ne sono fin troppe!». «Così, prima nelle Cave di Rubbio e oggi tra queste mura, a modo mio continuo a infrangere quei diaframmi mentali tra segno e pensiero, nel tentativo di trasformarli in coscienza, non più al servizio di quell’arte che da anni mira solo a riempie i salottini di quadri d’autore. Per questo ho rinunciato alle gallerie d’arte, che considero ormai un modello superato. Da qui sogno un risveglio sociale e più ancora individuale delle coscienze. Ma forse è chiedere troppo a questa realtà ammalata di cronica infelicità!?”». Resta quindi irrisolta la domanda, che ci lascia il punto interrogativo marchiato Zarpellon, come risposta.
I riconoscimenti artistici per lui sono stati tanti, tutti però celati per sovrabbondanza di umiltà. L’unico che resta esposto nel suo studio è quel “Cavaliere della Repubblica per meriti artistici”, che due anni fa gli è stato conferito dal presidente Mattarella. Non basta questo per togliere il velo sul suo nome, noto più fuori che dentro i confini cittadini, visto che ancora è latente una qualsiasi onorificenza comunale. «Ma non è questo che conta a ottant’anni. I grandi cambiamenti interiori e il conseguente cambio di vista sul mondo passano attraverso crisi che procurano smarrimento e angosce profonde.
Che è poi quello che ha vissuto quel Francesco d’Assisi. Mentre io sono ancora fermo all’arte!».
«È nel mio studio che passo gran parte della mia giornata tra matite, pennelli e colori. Sono prolifico, perché devo saziare il mio costante bisogno di confrontarmi con il segno e il colore. E quando mi chiedono perché alla mia età seguito a dipingere, rispondo: è per dare senso all’esistenza!».