Idee
Dopo aver letto la mia riflessione sulla scarsa partecipazione politica, pubblicata domenica 18 gennaio su La Difesa del popolo, una persona mi ha scritto per ricordarmi come una riflessione simile andrebbe estesa anche alla partecipazione all’eucaristia domenicale. La ringrazio per lo spunto e provo ad applicare quella riflessione alla “fonte e culmine” della nostra vita di credenti.
La drastica diminuzione dei fedeli alla messa domenicale, ormai evidente in quasi tutte le parrocchie, non solo non interroga più a fondo le nostre comunità, ma sembra, tacitamente, essere accettata come un fenomeno irreversibile.
I numeri sono sotto gli occhi di tutti. La frequenza alla celebrazione domenicale è in costante calo. Soltanto una minoranza dei battezzati partecipa all’eucaristia (15-20 per cento): intere generazioni sono assenti.
Nonostante la gravità della situazione, la questione sembra non scuotere davvero le coscienze. A parte qualche analisi sociologica o qualche convegno pastorale, raramente si percepisce la volontà di affrontare veramente la questione. Dopo le constatazioni di rito – i tempi sono cambiati, la società è secolarizzata, i giovani non vengono più – si torna rapidamente alla gestione ordinaria: calendari, sagre, manutenzione degli edifici, attività che coinvolgono i soliti noti. L’obiettivo pare essersi ridotto a “mandare avanti” la parrocchia con chi c’è, accettando che la maggioranza dei battezzati scelga di non partecipare. È come se ci si prendesse cura dell’unica pecora rimasta nell’ovile, lasciando che le altre novantanove vaghino lontane, senza un reale slancio pastorale per andarle a cercare.
Le nostre comunità cristiane dovrebbero invece interrogarsi con coraggio di fronte a una disaffezione così estesa, cercandone le cause profonde e non accontentandosi di spiegazioni superficiali. Invece, ciò che a volte traspare è una forma di rassegnazione. Chi continua a partecipare è generalmente motivato, convinto, fedele alle proprie abitudini. Accudire questo “zoccolo duro” diventa relativamente semplice: basta confermare linguaggi, orari e stili che rassicurano chi già c’è.
La vera sfida missionaria, invece, consisterebbe nell’andare incontro a chi non viene più, a chi si è allontanato, a chi non si riconosce in una liturgia percepita come distante dalla vita. Non sempre si tratta di persone senza fede; spesso sono uomini e donne che non hanno trovato risposte alla loro sete di Dio o che hanno smesso di cercarle in ambito ecclesiale. Per molti, la messa appare un rito ripetitivo, incapace di dialogare con le fatiche, le relazioni, le paure e le speranze dell’esistenza concreta.
Il teologo Romano Guardini ricordava che «la liturgia è il luogo in cui la fede diventa forma di vita». Quando questa forma non parla più alla vita reale delle persone, l’allontanamento diventa quasi inevitabile. E come per la democrazia, anche la fede non è mai conquistata una volta per tutte: va custodita, alimentata, rinnovata giorno dopo giorno. Una comunità cristiana che rinuncia a interrogarsi sul proprio distacco dall’eucaristia rinuncia, in sostanza, alla propria ragion d’essere. E forse non è un caso che, insieme alle chiese che si svuotano, cresca anche un diffuso senso di smarrimento e di solitudine esistenziale.
Serve un esame di coscienza comunitario, coraggioso e creativo, per ridare all’eucaristia quella forza vitale che, per secoli, ha plasmato e nutrito la fede del popolo di Dio.