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«Saper ridurre il peso delle nostre strutture per rendere possibile un’esperienza di fede basata su comunità concrete e reali»: porta a casa questo, il vescovo Claudio, dal viaggio compiuto in Brasile dal 27 giugno al 10 luglio, insieme a don Raffaele Coccato (responsabile del Centro missionario diocesano) e don Marco Galletti (responsabile della Caritas diocesana), per incontrare i missionari fidei donum padovani e visitare le comunità in cui sono impegnati. Un itinerario nel nord del Paese tra Caracaraí e Pacaraima, nella Diocesi di Roraima, e São Félix do Araguaia – dove è vescovo il padovano mons. Lucio Nicoletto – che diventa anche una provocazione per la Chiesa di Padova: imparare dalla missione uno stile più povero, semplice, evangelico.
Don Claudio, partiamo dall’incontro con i fidei donum padovani in Brasile. Come li ha trovati?
«Li ho visti dediti a servire la Chiesa locale, senza “instillare” qualcosa di nostro. È una bella interpretazione della missione: andare per sostenere una Chiesa che già esiste, perché possa crescere nella sua autonomia. Mi sembra che i nostri preti stiano lavorando bene in questa direzione. A Caracaraí, dove siamo presenti da una decina d’anni, sono impegnati don Mattia Bozzolan, don Mario Gamba e don Massimo Valente. Questa è una parrocchia composta da molte comunità cristiane, alcune più stabili, altre piccole e distanti. L’altra realtà è Pacaraima, dove don Mattia Bezze lavora insieme a don Giuseppe Danieli, presbitero della Diocesi di Treviso. Don Mattia, in particolare, è dedito alle comunità indigene, sia in Brasile sia nel vicino vicariato del Caroní in territorio venezuelano. In Brasile, poi, sono presenti don Benedetto Zampieri, ora a Manaus, e don Severino Alessio a Duque De Caxias».
Che cosa ti ha colpito delle comunità indigene che ha incontrato?
«Ho percepito la Chiesa degli inizi con la fatica di convocare per persone e il desiderio di coinvolgerle nella vita della comunità. Costituire una comunità cristiana in territori così vasti significa dare vita a esperienze missionarie, dove ciascun uomo e donna è chiamato a portare il Vangelo. Sono comunità fragili, lontane da un centro istituzionale, dove i presbiteri arrivano in poche occasioni, ma proprio lì la vita evangelica può crescere, se le persone accettano l’invito a essere discepoli di Gesù».
Qual è il ruolo dei laici?
«In tutte le comunità abbiamo incontrato figure laiche di riferimento – molte sono catechiste – capaci di convocare i fedeli anche quando non c’è il presbitero. Vengono individuate dalle comunità stesse e poi riconosciute dai presbiteri e dal vescovo. Da noi abbiamo ancora molte strutture che appesantiscono e rendono più difficile l’assunzione di responsabilità da parte dei laici; in Brasile, invece, la povertà di strutture rende più semplice edificare la comunità attorno alle relazioni».
Pacaraima è anche luogo di passaggio per molti profughi venezuelani. Che situazione hai trovato?
«Rispetto alle visite precedenti, la situazione mi è sembrata meno drammatica. Ho la percezione che in Brasile ci sia una migliore organizzazione dell’accoglienza dei profughi rispetto all’Italia. Chi arriva viene subito accolto, inserito in una rete nazionale che cerca di incrociare le richieste delle persone con le possibilità di lavoro e di ospitalità presenti nel Paese. I giorni che i profughi trascorrono a Pacaraima servono soprattutto a trovare loro una destinazione».
I fidei donum presenti a Pacaraima sono impegnati anche in Venezuela, nel vicariato del Caronì…
«Don Mattia Bezze è a servizio anche delle comunità indigene del vicariato del Caroní. Sono parecchie e non facilmente raggiungibili. Al momento ne vengono seguite circa una decina. È un territorio molto esteso e anche il vescovo Gonzalo Alfredo Ontiveros Vivas, in carica da aprile 2021, non riesce a visitarle tutte: alcune zone si possono raggiungere solo in aereo, con costi molto alti. Quanto stiamo facendo in Venezuela, come Chiesa di Padova, prevede una presenza sobria, senza progetti già definiti, ma proprio per questo significativa».
Cosa ti è rimasto della Chiesa che hai incontrato in Brasile?
«I preti sono pochi… e forse questo è anche un vantaggio, perché mette in evidenza la necessaria collaborazione con i cristiani laici. Il compito del vescovo di Roraima mons. Evaristo Splenger è guidare una Chiesa che si riconosce minoritaria nel contesto sociale in cui vive. Più che sui servizi, la prospettiva da cogliere sembra quella della costruzione di relazioni fraterne».
Che cosa porti a casa per il cammino della Chiesa di Padova?
«Mi porto a casa la conferma che vanno ridotte le nostre strutture e il peso delle nostre tradizioni, per rendere possibile un’esperienza di fede basata su comunità concrete e reali. Questa direzione ci toglierà l’immagine della Chiesa potente e del protagonismo sociale e culturale, ma ci chiederà una testimonianza molto più evangelica e vera. La comunità non ha bisogno di grandi strutture: ha bisogno di costruirsi su rapporti di fraternità e amicizia che nascono dal Vangelo. Le strutture sono al servizio di questo, non il contrario».
Il vescovo Claudio ha avuto modo, accompagnato dai fidei donum, di risalire il Rio Branco fino alla località di Bem Querer. In questo luogo – che si trova nel Comune di Caracaraì, all’interno della parrocchia di San Giuseppe operaio – è prevista la realizzazione di una diga per la produzione di energia elettrica. Le preoccupazioni riguardo a questo progetto – in primis delle comunità indigene che vivono lungo il fiume – nascono anche dall’esperienza maturata con altre grandi dighe già costruite nella regione amazzonica. L’osservazione dei loro effetti e del loro funzionamento ha evidenziato numerosi impatti ambientali e sociali che meritano attenzione. Al momento il progetto, su cui vigila anche la Chiesa cattolica, è in fase di stallo.
L’ultima tappa del viaggio in Brasile del vescovo Claudio è stata São Félix do Araguaia, dove è vescovo mons. Lucio Nicoletto. «Anche lì ho visto una Chiesa degli inizi, dove la figura di don Pedro Casaldáliga – il primo vescovo (dal 1971 al 2005) – resta un riferimento spirituale e ideale molto forte: la sua casa è diventata un piccolo memoriale. Don Lucio,
che è il quarto vescovo della prelatura, è molto attento alla sua Chiesa e impegnato, in particolare, nel campo della formazione
(non solo nella sua Diocesi). Si sta dedicando con energia e dedizione ai fedeli di São Félix do Araguaia, dove – tra l’altro – le distanze sono enormi. Don Lucio si muove moltissimo: le comunità sono sparse e il numero di presbiteri e operatori pastorali non è sufficiente. Dare vita e continuità a queste comunità cristiane è un compito importante e impegnativo».