Chiesa
Sant’Ambrogio e sant’Agostino sono tra i primi testimoni autorevoli della celebrazione, nel corso dell’anno liturgico, di un Triduo santo di Cristo crocifisso, sepolto e risuscitato, che emergeva come il più solenne dei giorni del Signore. Fu allora che, contemporaneamente al profilarsi della Pasqua annuale, cominciò a prendere forma anche un itinerario di preparazione a essa: la Quaresima. La si fece iniziare il mercoledì delle Ceneri, perché alcuni Padri sostenevano che non fosse opportuno digiunare nelle domeniche, sottratte infatti al computo dei giorni.
Uno dei modi più antichi di chiamare la Quaresima è “sacramento”. A dire che questo tempo santo rinvia sì al clima della penitenza, ma le sue specificità rituali sono sempre rimando all’intero mistero di Cristo. Prova ne è il fatto che la Chiesa non smette di celebrare l’Eucaristia anche mentre usa un certo tipo di colore, sostituisce alcuni canti con altri e sospende quelli di lode, modifica le formule rituali. L’anno liturgico non va interpretato in senso storicistico, come una vicenda a puntate. Non è questa la sua logica. La Quaresima va celebrata bene perché vi si possa incontrare l’opera del Salvatore crocifisso, sepolto e risorto, senza logiche di contrapposizione troppo accentuate tra prima della Pasqua e dopo.
Il termine latino Quadragesima ha una chiara assonanza con il numero quaranta: gli anni di Israele nel deserto, i giorni di Noè nell’arca, di Mosè sull’Oreb; i giorni che Gesù stesso trascorre, languidamente solo, tentato da Satana, nel deserto di Giuda. La Chiesa ha inteso la Quaresima come legata alla storia della salvezza in modo del tutto singolare e ne ha fatto la metafora del passaggio (è questo il significato del vocabolo Pesach, Pasqua) dal faraone alla terra dove scorre latte e miele, dalla schiavitù alla libertà dei figli di Adonai, matrice teologica di tutto l’Antico Testamento. I profeti, l’esilio a Babilonia, perfino la regalità di Davide e la creazione vanno letti in chiave esodica.
La Pasqua – centro dell’anno liturgico e della nostra vita – aveva bisogno di un tempo simbolico che aiutasse i cristiani a fare questo passaggio. Ciò valeva per i già battezzati che erano caduti nel «peccato che conduce alla morte» (cfr. 1Gv 5,16). Essi dovevano fare un esodo, una penitenza, per essere assolti dalle colpe e riammessi nella Chiesa. Anticamente non c’era infatti, come per noi, la possibilità di un accesso frequente a un presbitero per il sacramento della penitenza. Si confessavano i peccati all’inizio di un itinerario di quaranta giorni di digiuno (cioè di uso molto moderato del cibo e soli pane e acqua il mercoledì e il venerdì), che culminava proprio nella mattina del Giovedì santo, quando si celebrava una messa penitenziale.
L’altro canale attraverso il quale la Quaresima è andata formandosi è il battesimo dei non-cristiani. I gentili, con il grande sacramento dell’iniziazione cristiana celebrato nella notte di Pasqua, passavano dall’empietà (come dicevano i Padri), dall’ignoranza, alla pietas, alla fede, all’adesione a Cristo. Per varie ragioni, anche di opportunità politica, dopo Costantino il numero di coloro che chiedevano il battesimo si era fatto enorme. Ecco che la Quaresima diventa la sede più opportuna per il catecumenato, che si essenzializza rispetto all’originaria durata triennale e prende la forma di una sorta di corso accelerato in cui i catecumeni venivano aiutati a conoscere il Vangelo, la Chiesa, la sua dottrina, i libri principali delle Scritture, e nel contempo ricevevano una cura materna attraverso consegne e restituzioni delle preghiere del Padre nostro e del Credo, scrutini per illuminare le coscienze, unzioni che li rendevano lottatori forti contro le tentazioni, pronti ad accogliere la novità di Cristo. Fioriscono così le grandi catechesi mistagogiche di un Agostino, di un Ambrogio, di un Cirillo di Gerusalemme, tesori stupendi di teologia e pastorale, testi capaci di una semplicità e un’efficacia catechetica ineguagliabili. Ci prendono per mano e ci svegliano dal torpore, invitandoci ad accorgerci che il Cristo crocifisso, sepolto e risorto è la meta non dei quaranta giorni
ma dell’esistenza dell’uomo; è la meta della fede, è il senso del celebrare, della Chiesa, dei sacramenti, della preghiera, delle opere buone. Tutto ruota attorno all’amore divino, di cui la Pasqua è la manifestazione piena nella carne di Gesù di Nazareth.