Nell’epoca dei social e degli hashtag come #detox, la Quaresima rischia di ridursi a dieta spirituale. Il testo ne riscopre il significato autentico: tempo di sottrazione e libertà, laboratorio del desiderio, riscoperta di digiuno, preghiera ed elemosina come misericordia, per diventare non più performanti ma più veri
La Quaresima dell’epoca social è un tempo curioso: nasce austera e finisce spesso su Instagram con l’hashtag #detox. Preti, suore e laici “impegnati” si sbracciano su video tutorial dove spiegano fervorosi come un tempo di distacco, disintossicazione, ecc. serve all’anima – e fa pure bene al fisico.
Eppure la Quaresima, quella vera, è molto più di una dieta spirituale. È un tempo di sottrazione che, paradossalmente, promette aggiunta: meno rumore, più ascolto; meno automatismi, più scelta. Dall’animale condizionato da impulsi e necessità, alla persona libera di decidersi davanti alla vita.
Quaresima come laboratorio del desiderio: togliendo il superfluo, siamo chiamati a chiederci cosa vogliamo davvero.
In un’epoca che predica l’accumulo – di oggetti, notifiche, opinioni – la Quaresima propone l’arte controintuitiva del limite. Non è un “no” al mondo, ma un “sì” più selettivo. E forse il suo fascino sta proprio qui: per quaranta giorni ci allena a perdere qualcosa per scoprire che non tutto ciò che pesa è necessario.
Cominciamo questo mercoledì, quando la cenere in testa ricorda a tutti una verità che l’algoritmo non può ottimizzare: siamo fragili, e proprio per questo preziosi, di una preziosità che ogni anno siamo invitati a riscoprire, così come indubbiamente riscopriremo la nostra fragilità, nella nostra incapacità di mantenere gli impegni quaresimali presi.
Ma qui è il punto: non siamo chiamati a diventare migliori in senso performativo, quanto a diventare più veri.
Tornano sulla scena le tre armi della penitenza, di cui abbiamo già parlato: digiuno, preghiera, elemosina. Il digiuno non è un braccio di ferro con il frigorifero, ma un esercizio di libertà. La preghiera non è evasione, bensì messa a fuoco. L’elemosina non è lo spicciolo dato per alleggerire la coscienza, ma redistribuzione di attenzione – tant’è che il suo nome originario sarebbe “misericordia”. Proviamo a togliere ancora una volta al nostro cuore la sua corazza torpida, per riprendere a sentire, attraverso il digiuno, i bisogni nostri e altrui.
Poi arriverà la Pasqua, e allora capiremo che la sottrazione era preparazione. Come quando si apre una finestra dopo l’inverno, per le pulizie di primavera: l’aria è la stessa di sempre, ma la si respira diversamente.