Storie
La storia della Riviera del Brenta è segnata non solo dallo splendore delle sue ville, ma anche da avvenimenti traumatici che hanno profondamente modificato il paesaggio e la memoria. Tra questi, l’incendio che, nella notte tra il 19 e il 20 novembre 1797, distrusse villa Tron rimane tra i più significativi. Il palazzo si trovava a Dolo, nella località che ancora oggi conserva il nome Ca’ Tron. L’episodio avvenne in un periodo drammatico per la storia veneta: pochi mesi prima, nel maggio 1797, il Maggior Consiglio aveva decretato la fine della millenaria Repubblica di Venezia.
Con la caduta della Serenissima, il territorio fu occupato dall’armata guidata da Napoleone Bonaparte. L’arrivo delle truppe comportò requisizioni sistematiche e pesanti sacrifici per la popolazione civile, obbligata al mantenimento dei soldati. Molte chiese della Riviera del Brenta furono private dei loro beni più preziosi – solo a Dolo furono consegnate 2.446 once d’argento – mentre alle famiglie furono sottratti viveri, foraggio e beni di prima necessità.
Entrata nel patrimonio della famiglia Tron nella seconda metà del Seicento grazie alla dote di Loredana Mocenigo, moglie di Nicolò Tron, la proprietà di Dolo si consolidò nel Settecento grazie al nipote, il cavaliere Nicolò Tron (1685–1772), figura di primo piano nella nascente industrializzazione veneta e fondatore del lanificio di Schio. Ultimo erede della famiglia fu Vincenzo Tron che, all’arrivo delle truppe francesi, aveva prudentemente messo in salvo gli arredi della villa di Dolo, trasferendoli a Venezia e lasciando il palazzo spoglio per l’alloggio dei militari.
Dopo la partenza dei soldati, nella notte il fuoco divampò con violenza. I testimoni parlarono di una scena impressionante, descrivendo il palazzo come una vera e propria «bocca d’inferno». Nonostante l’intervento di numerosi volontari, accorsi con grande generosità, le fiamme risultarono presto incontrollabili e l’edificio fu in gran parte distrutto.
Le indagini avviate in seguito per stabilire le responsabilità sull’accaduto – i cui atti sono oggi conservati presso la Biblioteca del Museo Correr di Venezia – offrono una preziosa testimonianza della cronaca di quei giorni. Il gastaldo Antonio Carraro, chiamato a rispondere di una presunta negligenza, riferì che i soldati francesi, per difendersi dal freddo, avevano acceso grandi fuochi sui pavimenti delle sale, utilizzando paglia e parti lignee della villa, tra cui finestre e scuri. In mezzo a una distruzione pressoché totale, l’oratorio della Madonna del Carmine fu l’unico edificio a salvarsi dal disastro, rimanendo isolato rispetto al resto del complesso ormai scomparso. Restaurato in tempi recenti dalla famiglia Mioni, attuale proprietaria dell’area, l’edificio ha restituito durante i lavori un’importante testimonianza del passato: un affresco sull’intonaco esterno raffigurante lo stemma dei Tron, datato 1688. In prossimità dell’oratorio, le uniche ulteriori tracce dell’antica villa perduta si riconoscono nel muro orientale di una casa vicina, oggi di proprietà della famiglia Zabeo. Questo edificio rappresenta l’unico lacerto superstite della residenza, come attestato dal ricordo di un affresco che raffigurava imbarcazioni su un fiume, ancora visibile sulla parete esterna fino alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. A conferma di tale interpretazione si conservano, sullo stesso muro, alcune paraste a bugnato tuttora riconoscibili, seppur ridotte in altezza, a quelle raffigurate nelle stampe d’epoca del palazzo distrutto.
Con la morte di Vincenzo Tron, avvenuta nel 1800, si estinse la linea maschile della famiglia. I marchesi Bia acquisirono l’area e, in seguito al loro dissesto finanziario, i beni di Dolo finirono all’asta nel 1808, venendo acquistati da Francesco Carrara, originario di Bergamo e residente a Venezia. Fu la famiglia Carrara a trasformare, negli anni successivi, l’area dell’antica villa in un ampio parco, oggi tra i più belli e meglio conservati della Riviera del Brenta.
Da un evento drammatico nacque così un nuovo ambiente paesaggistico, perfettamente integrato nel territorio, che offre un esempio di come si potrebbero gestire altri casi, in particolare quello – oggi urgente – dell’area di villa Fini, abbattuta dal devastante tornado dell’8 luglio 2015. In tale prospettiva, appare opportuno riconsiderare anche la presenza del cartello turistico errato che segnala impropriamente la “villa Tron Mioni”, oggi posto di fronte a villa Carrara Mioni, con cui non ha alcuna relazione. Correggere tale attribuzione non significherebbe solo sanare un’imprecisione toponomastica, ma contribuire a una più corretta ricostruzione storica del sito: la riformulazione del cartello con l’esatta indicazione rappresenterebbe un atto dovuto di rispetto verso il passato, fondato su riscontri documentari e testimonianze materiali meritevoli di essere adeguatamente riconosciuti e valorizzati.
Tra i testimoni del tragico incendio della villa ci fu anche il bovaro Daniel Brusaferro che raccontò così l’episodio: «Nella notte del sabbato venendo la domenica fui svegliato da voci che gridavano suso che se brusemo. Mi portai con dell’altra gente al luoco del fuoco, cioè al Palazzo di casa Tron che pareva una bocca d’inferno. Notte, scuro, ed il fuoco, ed il fumo, parte della fabbrica che crollava, tutto questo metteva un gran timore nella gente accorsa e poco o quasi niente si potè fare. Il fuoco continuò molto per consumare le travadure precipitate, mentre la rovina fu un lampo…».

Nel quindicesimo volume della collana Luoghi e Itinerari della Riviera del Brenta e del Miranese, a cura di Mauro Manfrin, edito dai Cavalieri dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana-Riviera del Brenta è contenuto il saggio di Diego Mazzetto sulla scomparsa villa Tron di Dolo. Il volume è distribuito anche in alcune scuole superiori, avvicinando così i giovani alla storia del territorio.