Chiesa
Guidare 1 miliardo e 400 milioni di cattolici non è facile. Tanto più se si è nel bel mezzo di una crisi che dura da oltre mezzo secolo alimentata dalla secolarizzazione. Negli ultimi cinquant’anni la crisi dell’istituzione Chiesa si è vista in tanti aspetti: fuggono i giovani, fuggono le donne, fuggono gli aspiranti sacerdoti, i fedeli disertano i sacramenti, cala drammaticamente la partecipazione alla messa, la confessione è ignorata. Questo è il panorama che abbiamo di fronte. Il papa polacco, il papa tedesco, il papa argentino non sono riusciti a invertire la tendenza. E neppure le finanze vaticane godono di buona salute. Non si può dire tuttavia che papa Francesco non abbia tentato di fare qualcosa. Anzi più di qualcosa. Lo dimostra bene il saggio di Marco Politi, La rivoluzione incompiuta. La Chiesa dopo papa Francesco (il Millimetro, pag. 250, 18 euro), presentato recentemente al Centro universitario in un incontro promosso dal Forum di Limena, dall’associazione Esodo e dall’Ufficio diocesano di pastorale dell’educazione e della scuola.
Pungenti e veritiere le osservazioni del vaticanista Politi, rilevate dal sociologo Alessandro Castegnaro sui tanti cambiamenti che Bergoglio ha portato nella Chiesa: il dialogo con tutte le religioni – ebrei, musulmani in primis – ha visto un proficuo sviluppo. Il quinto capitolo del libro si sofferma sulle donne “stanche e irritate” per l’immobilismo che si è generato sul diaconato femminile e su altri ministeri, ma va altresì ricordato la nomina delle donne in figure apicali della curia romana. Il riconoscimento delle coppie omosessuali, l’avviamento del Sinodo a livello universale (papa Leone lo sta proseguendo), la mano dura contro i religiosi pedofili, il braccio di ferro generatosi con la Chiesa tedesca.
L’analisi dei problemi che papa Bergoglio ha cercato di risolvere è molto lucida. Marco Politi nulla tralascia: dagli scandali finanziari avuti con il cardinale Giovanni Angelo Becciu, ai problemi interni che ci sono stati in alcuni movimenti religiosi (Comunione e liberazione, Jean Vanier dell’Arche, l’Opus Dei), al tentativo di restringere la liturgia col rito latino concessa da Benedetto XVI, fino a riassumere l’atteggiamento (da molti contestato) del papa sulla guerra russo-ucraina.
Il libro è un caleidoscopio di tessere che mostra quanta fatica possa incontrare un pontefice quando vuole cambiare, fare pulizia, o semplicemente mettere ordine nella Chiesa.
Nelle pagine di Politi è palpabile una certa simpatia per Francesco che però non gli impedisce di vedere anche qualche limite: ambivalenze e incertezze. Numerosi i contrasti di opinione, i tentativi di riforma e le resistenze incontrati. I passi avanti e gli arretramenti. Le decisioni e le indecisioni.
Il titolo del libro fa ricorso alla parola “incompiuta” senza tuttavia attribuire la responsabilità principale a un papa che ci ha provato. La parola “riforma” prima di Francesco non veniva mai utilizzata. Il suo pontificato ha aperte brecce, spalancato finestre, rivoluzionato lo stile. Ha provato a modificare la stessa immagine di Dio. Ma su questo sforzo ha incontrato resistenze molto dure. «C’è stata una guerra civile che dura da almeno dieci anni, maturata dopo i primi due Sinodi sulla famiglia. Una guerra civile molto forte in cui la parte conservatrice ha avuto una capacità mediatica assolutamente maggiore rispetto alla parte che era a favore al cambiamento».
L’autore sa offrire anche speranza: «Bisogna guardare le cose come sono e come procedono. Mentre con gli altri papi si avvertiva la discontinuità abbastanza chiara, con papa Leone XIV abbiamo un fenomeno molto interessante. Appena terminato il Giubileo ha convocato un concistoro straordinario di tutti i cardinali per continuare sulla strada delle riforme avviate da papa Francesco: missionarietà e sinodalità, prendendo come base i concetti fondamentali su cui Bergoglio aveva impostato la sua idea di Chiesa in uscita. Questo progetto poteva benissimo essere lasciato cadere dal successore – come spesso capita – ma Leone XIV lo ha fatto suo».