Idee
Il 1978 è stato l’anno di una grande tragedia (il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro), ma anche l’anno di una grande riforma, la Legge 833, che ha istituito in Italia il Servizio sanitario nazionale. «La legge l’ha firmata Tina Anselmi, ma quella riforma l’abbiamo voluta noi: lavoratori, donne, pensionati, universitari. L’ha voluta il popolo italiano. E il popolo, mobilitandosi, ha ancora la forza per difenderla. A dispetto dell’individualismo che si è infiltrato nella nostra società».
Così Rosy Bindi, già ministro della sanità dal 1996 al 2000, ha riassunto le ragioni che l’hanno spinta a scrivere il libro Una sanità uguale per tutti. Perché la salute è un diritto, edito da Solferino, e presentato nei giorni scorsi a Padova, alla libreria Italypost di viale Codalunga, dove la relatrice ha risposto alle domande del padrone di casa Filiberto Zovico e della giornalista de Il Domani, Federica Pennelli.
Nella sua analisi Bindi è partita dall’articolo 32 della Costituzione, che recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. «Soffermiamoci su questo punto – ha sottolineato l’ex presidente del Partito democratico – La salute è un diritto dell’individuo. Non dei lavoratori, non di chi va a messa, non di chi ha tanta cultura o di chi non ce l’ha. La sanità non può discriminare le persone in base al reddito. Ciascuno di noi la finanzia pagando le tasse; quando andiamo in ospedale non ci chiedono di esibire la carta di credito o la copia del 730. Ciascuno contribuisce in base alle sue possibilità e ne usufruisce secondo il bisogno. Insomma, meglio del sistema universalistico non c’è niente. Io voglio un sistema pubblico in cui anche il ricco sia contento di andare a farsi curare».
Uno dei bersagli del libro è il progetto di autonomia differenziata, legge 86/2024, che viene affrontato nel capitolo “L’Italia spezzata”. «Il nuovo Servizio sanitario nazionale emergente dalla legge Calderoli – non fa sconti l’autrice – sarebbe un agglomerato di Regioni a statuto speciale, di Regioni “ordinarie” e di Regioni “differenziate”, dotate di competenze diverse fra di loro rispetto a quelle originarie, prive di vincoli reciproci, salvo quelli volontariamente adottati».
L’ex ministro della sanità entra ancor più nello specifico e illustra due esempi che, a suo avviso, dimostrano che l’autonomia differenziata in sanità produrrebbe la fine del Ssn. Primo: «Che senso ha che il Veneto chieda l’autonomia per la convenzione dei medici di famiglia per assicurare la loro presenza nelle strutture del Distretto socio-sanitario se in tutta Italia si sente la stessa esigenza?». Secondo: «Se invece si chiede l’autonomia per istituire nella propria Regione il finanziamento attraverso le assicurazioni o l’equivalenza tra strutture private e strutture pubbliche (come chiede la Lombardia), è evidente che si chiede di modificare radicalmente i principi ispiratori di un sistema universalistico».
Certo, i primi segnali della “controriforma” in sanità arrivano da lontano, addirittura dal 1992, quando il ministro Francesco De Lorenzo, all’epoca deputato del Partito liberale italiano, varò il decreto legislativo 502, che eliminò qualsiasi limite per i medici all’esercizio della libera professione fuori dell’orario di lavoro. E qui Bindi coglie l’occasione per confutare un «falso storico, che viene propalato sia da politici di destra sia da alcuni commentatori di sinistra, secondo il quale sarebbe mia la responsabilità di aver inventato la libera professione intramuraria, autorizzando il doppio lavoro dei medici e la conseguente esplosione delle liste d’attesa». Per l’ex parlamentare toscana è vero tutto il contrario: «La mia riforma provò a mettere un freno al “Far West” che si andava diffondendo e per questo venne introdotta l’esclusività di rapporto per tutti i medici del Ssn».
Inevitabile un riferimento al periodo del Covid: «Durante la pandemia, tutte le sere, ci davano le statistiche sulle persone morte: ci dicevano se avevano patologie pregresse, se erano cardiopatici o diabetici. Ma nessuno faceva riferimento ai determinanti della salute: nessuno ci ha mai detto se erano povere o se vivevano in una casa di pochi metri quadrati». Bindi si schiera contro i rinnovi dei contratti aziendali che, anziché un aumento dello stipendio, danno ai dipendenti un fondo integrativo sanitario, che di fatto rompe la solidarietà tra i lavoratori: «Così il dipendente si trova oggi con meno soldi in tasca, avrà meno Tfr a fine carriera e più avanti una pensione più bassa perché l’azienda paga meno contributi previdenziali e, attraverso le detrazioni fiscali, versa meno fondi al Ssn. Senza contare che gli imprenditori che rinnovano i contratti con pacchetti sanitari sono spesso imprenditori del settore sanitario privato. Anche il ministro dell’istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, lo ha proposto agli insegnanti. Nel pacchetto ci saranno un tot di analisi, un tot di Ecg, un tot di visite prestabilite. Ma cosa me ne faccio di una visita ortopedica se sono cardiopatico?».
Certo, negli ultimi vent’anni la sanità italiana è stata progressivamente “debindizzata”: «Quando ho lasciato il Ministero, a bilancio avevamo per la sanità un punto di Pil in meno della Germania, oggi sono quattro, e ogni punto vale dai 15 ai 20 miliardi di euro». Ma la deriva del Servizio sanitario nazionale non è irreversibile. Ci sono ancora margini per scongiurarne «la definitiva mutazione in un sistema tripartito: con una sanità di serie A per chi gode di redditi alti e può pagare ricchi premi assicurativi; una di serie B per i lavoratori che si vedranno riconoscere una qualche forma di welfare aziendale; una di serie C per i poveri e gli indigenti, i disoccupati e i disabili, chi non è ricco e non può lavorare». Di qui i richiami finali dell’autrice a don Lorenzo Milani («ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio») e a papa Francesco: «Questo sistema sanitario va curato, va fatto crescere, perché è un sistema di servizio al popolo».

Una sanità uguale per tutti – Perché la salute è un diritto di Rosy Bindi, edito da Solferino, pubblicato nel settembre 2025, 176 pagine. «La salute degli italiani oggi è fra le migliori del mondo» e c’è un motivo preciso, secondo Rosy Bindi, che si chiama Servizio sanitario nazionale. Ma oggi questo bene di tutti è a rischio. Per non perderlo occorre reagire e invertire la rotta innescata dalla cronica mancanza di risorse, da una progressiva privatizzazione e dall’autonomia differenziata delle Regioni.