Idee
Nei giorni scorsi è tornata fra i primi titoli la notizia della convocazione in udienza con la possibilità dell’accusa di omicidio volontario dei genitori di Francesco Gianello, il 14enne di Vicenza che morì di tumore nel gennaio del 2024. Secondo i periti del Tribunale, il ragazzo avrebbe potuto essere salvato se i genitori avessero permesso di seguire i protocolli chemioterapici e chirurgici previsti dalla scienza medica, invece che rifiutarli per prediligere il cosiddetto “metodo Hamer” fatto di sostanze naturali e trattamenti con argilla e antinfiammatori. Di fronte al dolore per la perdita di un figlio adolescente niente è paragonabile e si addirebbe solo un silenzio solidale. Questa ricaduta giudiziaria immaginiamo che vada ad aggiungersi in modo paradossalmente non rilevante sugli animi già così provati dei disgraziati genitori. L’intento, quindi, non è appesantire ulteriormente la loro situazione, quanto piuttosto interrogarsi per il futuro e verificare, mettendosi nei loro panni, quali scelte diverse si sarebbero potute fare e a partire da quali presupposti. Va da sé che ogni genitore cerca il meglio per un figlio malato e in tale contesto rischia di lasciarsi persuadere da proposte alternative che non hanno un fondamento scientifico verificabile. Il “metodo Hamer” – dal nome del medico tedesco che l’ha proposto, secondo cui la malattia non si contrasta, ma si asseconda perché è l’evidenza di un conflitto biologico innescato da un trauma – sarebbe privo di rilievo scientifico per i periti del Tribunale. Il timore è che i genitori di Francesco siano stati lasciati soli nel momento di prendere le decisioni più importanti per il loro figlio. La miriade di informazioni che oggi, anche e soprattutto tramite la Rete, raggiungono il privato cittadino possono fatalmente indurlo a scegliere delle vie in contrasto con quelle del corpo medico a cui ci si è rivolti. La fiducia e il dialogo coi medici non dovrebbero mai venire meno e in questo può essere molto prezioso aprirsi e confrontarsi con altre famiglie nella stessa situazione. Vedere coi propri occhi come viene curato un ragazzo con la stessa patologia è sicuramente un buon presupposto per seguire il canale delle cure consolidate, invece che azzardare vie alternative. La famiglia che vede al suo interno un componente malato si attiva per mettere quest’ultimo al centro e far convogliare verso di lui tutte le energie positive degli altri famigliari.
Per le famiglie credenti un’arma che non tradisce è la preghiera, quella di ciascuno e se si riesce quella condivisa. Anche la comunità parrocchiale è interpellata e deve trovare tutti i modi possibili per rendersi presente e partecipe. Spesso di fronte ad un grande dolore o una grande prova, la prima reazione è la chiusura in se stessi, quasi per una forma di pudore rispetto al male che ci ha colpiti. È delicato il compito che spetta ai fratelli che non devono essere necessariamente indotti a mantenere il silenzio e le distanze di sicurezza. Prima di astenersi dalla vicinanza, occorre bussare e magari insistere per verificare che cosa davvero desiderano le persone coinvolte in prima persona nel dramma.
I genitori di Francesco hanno ancora bisogno di sostegno e comprensione da parte di chi li circonda. A prescindere dall’esito del processo, lasciando che la giustizia dei Tribunali faccia il suo corso, ci è chiesto uno sforzo di empatia nei loro confronti che può convivere con il giudizio della sentenza. L’augurio è che questa mamma e questo papà possano trovare ancora nuove strade nella vita per esercitare la loro genitorialità e confidino che amare ed essere amati è l’essenza di ogni esistere.