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In dialogo con la Parola

sabato 14 Marzo 2026

Lasciamoci toccare dalle mani e dalle parole del Maestro

IV domenica di Quaresima (anno A) Samuele 16,1b.4.6-7.10-13 Salmo 22 (23) Efesini 5,8-14 Giovanni 9,1-41
don Riccardo Betto

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Siloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.

La liturgia di questa domenica, denominata “Laetare”, invita a rallegrarsi, a pregustare la gioia che celebreremo nella Pasqua, così come viene proclamato nell’antifona d’ingresso della celebrazione eucaristica: «Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, radunatevi. Sfavillate di gioia con essa, voi che eravate nel lutto. Così gioirete e vi sazierete al seno delle sue consolazioni». Dunque, ci viene da chiederci che cosa può farci sperimentare questa gioia. La risposta ci viene offerta dalle letture odierne: la gioia è un’esperienza concreta, possibile nella misura in cui siamo consapevoli della logica e dei criteri del Dio di Gesù Cristo («infatti l’uomo vede le apparenza, ma il Signore vede il cuore»”) e della potenzialità che ci appartiene di essere “luce nel Signore”. Ma è soprattutto il brano evangelico di Giovanni che narra la vicenda del cieco nato a farci desiderare di poter vedere, noi che spesso siamo mendicanti e brancoliamo a tentoni persi nelle cose che non ci permettono di vedere bene e lontano. Entriamo, dunque, nella storia e nel paradosso di un cieco che ci vede e di coloro che presumono di vedere, che invece sono ciechi.

Il brano del cieco nato appare, fin dal primo ascolto, piacevole: è incredibile il fatto che ci si appigli a tutto pur di negare l’evidenza, per far tacere chi vede, per denigrare un testimone. Infatti, quante forze sono impiegate per zittire e ridimensionare il grido di gioia di una persona guarita. Così penso che, ancora oggi, ci sono tanti modi per mettere a tacere le voci dei profeti, per spegnere l’entusiasmo e la libertà di chi parla fuori del coro, per manipolare la realtà. Sostanzialmente, è questo il messaggio crudo che emerge dall’odierna pagina evangelica. Eppure Gesù aveva compiuto alcuni gesti di profonda umanità nel determinare il miracolo: un Maestro che non aveva avuto paura di sporcarsi le mani ma si era coinvolto fino in fondo nelle vicende di questo uomo, ponendosi con una sincera empatia: «Sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina di Siloe”». Questi gesti semplici e umani mi aiutano a interpretare questa guarigione come una nuova creazione, dove è ancora il Creatore, in Gesù, a modellare, a plasmare, a soffiare nuova vita laddove sembrava che nulla potesse cambiare. Per questo, l’azione di Gesù non è magica o unilaterale, ma interpella la libertà della persona, chiedendo la partecipazione attiva. Infatti, l’evangelista scrive: «Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva».
Ci aspetteremmo a questo punto un’esplosione di gioia e una dilatazione della vita; invece, per il cieco guarito iniziano i guai. Da “miracolata”, la persona si trova a essere imputata. C’è subito la meraviglia scandalizzata dei vicini: non riescono più a riconoscere il mendicante di prima. E poi, per ben sette volte, ci sono persone che gli chiedono come gli sono stati aperti gli occhi. Viene portato perfino davanti ai farisei, che sono scandalizzati per il fatto che sia stato guarito di sabato. Ma l’ex cieco, con le sue risposte ironiche, smaschera tutta la loro meschinità.

In tutto il racconto emerge chiaramente il fatto che non c’è nessuna persona che esprima gioia e soddisfazione perché questo uomo, cieco dalla nascita, ha recuperato la vista. Le persone e le autorità religiose si pongono con l’unico criterio di giudizio che è l’osservanza della legge e non il bene della persona. Così, pur di difendere la dottrina e la legge, negano l’evidenza, contestano la vita, arrivando al punto di intimorire perfino i genitori dell’ex cieco con un interrogatorio patetico. E, non ancora soddisfatti, l’ultimo atto che compiono è di cacciarlo fuori dalla sinagoga, quindi di espellerlo. In realtà, non è un grande danno: cacciato dalla religione, l’uomo vive una nuova liberazione, abbandona una struttura religiosa per iniziare il suo cammino libero per le strade della fede. Infatti, una volta cacciato, Gesù lo cerca e lo trova e vi è un reciproco riconoscersi alla luce della fede.

Attualizzando questa pagina, vorrei soffermarmi sul fatto che talvolta può essere successo anche a noi di trovare persone che non hanno saputo rallegrarsi dei nostri cammini di guarigione e di evoluzione: cammini che ci hanno permesso di recuperare la vista, di aprire gli occhi aiutandoci a guardare le persone, le dinamiche, le esperienze da altre prospettive e con occhi diversi. Spesso, coloro che ci sono vicini e che ci conoscono meglio, oppure quelli che dovrebbero trasmettere un Dio vivo, non apprezzano e valorizzano la crescita delle persone. Così, si difendono dietro a certi cliché, rimangono arroccati nei loro schemi mentali, culturali, religiosi e psicologici, soprattutto non godono e non facilitano il cammino di realizzazione delle persone che hanno accanto o che sono loro affidate. Dunque, il Vangelo di oggi ci invita a non aver paura della luce, a sporcarci le mani di umanità, a credere nei nostri personali cammini di guarigione in cui prendiamo consapevolezza della nostra cecità prima e poi della potenza dei nostri occhi. E allora, ci auguriamo di lasciarci toccare e ricreare dalle mani e dalle parole del Maestro, consapevoli che i nostri occhi possono essere riflesso di nuova luce e di nuovi sguardi.

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