Chiesa
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
In questo periodo dell’anno
mi lascio sempre incantare e guidare dalla contemplazione della natura: ogni piccolo segno e un semplice fiore mi aiutano a cogliere i segni di una rinascita. E so quanto basti un niente, un improvviso calo di temperature, una spolverata inaspettata di neve, un vento impetuoso a mettere a repentaglio il lento crescere della primavera. E così, in questi ultimi giorni, mi sono soffermato a interpretare le nostre vicende personali umane e spirituali, la situazione sociale, le tensioni internazionali, le dinamiche delle relazioni con il linguaggio della natura. Infatti, c’è chi si trova ancora nella rigidità invernale di una relazione che non riesce a ripartire, chi si sente indifeso e impotente dinanzi la solitudine e la malattia, chi vive la precarietà del tempo odierno e spesso si sente schiacciato da un senso di impotenza di fronte ai conflitti internazionali, chi si percepisce lontano dal cuore di una persona che ha amato e ama ancora, chi è arido di speranza. C’è, poi, chi aspetta una decisione importante e non smette di attendere un segnale di apertura, chi vive la stanchezza di un rapporto abitudinario con Dio, chi ha smarrito il senso delle cose e si percepisce avvolto nelle nuvole del dubbio. C’è, infine, chi si sente rinchiuso in un sepolcro simile a quello che custodì il corpo di Gesù deposto dalla croce. Alla luce dei vari vissuti umani, mi sento coinvolto nel testo evangelico che la liturgia pasquale ci propone. Il passaggio dalla notte al mattino, le prime luci di un giorno nuovo, un andare al sepolcro mosso dalla nostalgia e dall’assenza: eppure, quell’andare diventa un evento inaspettato, un’esperienza che non può essere trattenuta. Ancora, una condivisione che si trasforma in una corsa tutta d’un fiato, forse per esorcizzare l’incredulità e la sorpresa, uno scatto veloce per riscattare il tempo in cui ci si è nascosti e fermati, una corsa che diventa anticipo di un incontro.
Una donna e due discepoli. Tre persone dinnanzi a un unico mistero: la pietra tolta dal sepolcro e un sepolcro vuoto. Maria di Magdala, Simon Pietro e l’altro discepolo («quello che Gesù amava»). Due nomi propri e un discepolo senza nome. Eppure, quel giorno nuovo («il primo giorno della settimana») che ha inaugurato un evento straordinario per la storia non ha le stesse motivazioni, gli stessi tempi, gli stessi ritmi e le stesse risposte. Infatti, corre Maria di Magdala, la discepola in cerca del suo Amato: dopo aver scoperto il sepolcro vuoto, vuole sapere dove lo hanno posto. Anche se nel suo cuore sa che il suo Amato è ancora vivo, non è ancora entrata del tutto nel mistero del Risorto e rimane lì sospesa tra la notte e la luce del nuovo giorno. Chissà cosa ha spinto le sue gambe a correre: forse la disperazione, la sorpresa, il vuoto e la passione mai sopita? Corre Simon Pietro: una corsa affaticata dal rinnegamento, sospesa tra la lentezza della rassegnazione e lo scatto del rischio e della curiosità. Infine, corre anche «l’altro discepolo»: è la corsa di chi desidera ridare vita e risvegliare l’amico morto. Tuttavia, non sorprende che chi ha sperimentato l’amore più profondo e più intimo, corre più velocemente: chi ha il cuore che arde, chi sente la nostalgia dell’amore non calcola le energie, sfida l’impossibile perché non può aspettare.
Provando ad attualizzare questa Parola: è proprio vero che ognuno ha i suoi tempi, i suoi linguaggi, i suoi vissuti per correre, per entrare, per vedere e per credere nel Mistero della Risurrezione. Sono passaggi graduali nei quali, però, occorre recuperare il linguaggio della verità e della memoria per saper guardare, cogliere e valorizzare i segni. Innanzitutto, recuperare la memoria non significa rimanere imprigionati nel proprio passato, ma ripartire laddove le umane speranze sono state infrante, laddove una pietra è stata posta come sigillo di una probabile fine. Ci sono rapporti che sembrano compromessi, nei quali non ci sono più spiragli e possibilità; ci sono sogni che possono essere stati delusi e frustrati, energie che sono state spese invano; ci sono esperienze in cui ci si sente rinchiusi nel proprio dolore e nella propria insicurezza. Eppure, in quel mattino, la pietra è stata rotolata via: cioè, è possibile che succeda qualcosa di inaspettato, eventi, cambiamenti, passaggi in cui nasce qualcosa di nuovo. La pietra rotolata via è solo il punto di partenza: infatti, è necessario alzarci, correre, arrivare, entrare, osservare, vedere e credere. Partendo da questi movimenti, dall’intensità degli sguardi si differenzia la corsa di Pietro e dell’altro discepolo: infatti, Simon Pietro entra e osserva le bende e il sudario, cioè ciò che è servito per nascondere le ferite della crocifissione e coprire il cadavere. L’altro discepolo, che ha corso più veloce, usa soprattutto lo sguardo del cuore, sa aspettare e quando entra, vede e crede. Infatti, percepisce un profumo nuovo, sa andare oltre i segni della morte e il suo sguardo diventa adorazione e preghiera perché sperimenta che quel sepolcro è diventato grembo di nuova vita, di qualcosa di misteriosamente grande e nuovo che va guardato, accolto e creduto. Perciò, è importante nella nostra vita saper vedere i piccoli segni e custodire i primi germogli, perché ci aiutano a credere nei cambiamenti, nelle possibilità, nelle speranze già in atto.
Le corse del mattino di Pasqua, quindi, ci provocano a riflettere sul fatto che la primavera non si realizza in un solo giorno. Allo stesso modo, l’esperienza della risurrezione non si consuma nel frammento di un tempo e nello spazio di un’intuizione, ma ha bisogno di essere valorizzata e creduta nel tempo con il linguaggio della memoria, della verità e del cuore. E allora, sia davvero una buona Pasqua: una corsa e una staffetta di corse insieme per poter vedere e credere che il Signore è veramente Risorto!