Mosaico
“Cristo è, per Pasolini, nel 1964, l’alternativa all’‘antagonismo di potenza’ che viene dispiegandosi nel mondo al tempo della guerra fredda”. Uno storico dell’arte, Michele Dantini, docente all’Università per stranieri di Perugia e a IMT Scuola di Alti Studi di Lucca, affronta il delicato rapporto tra arte, letteratura, filosofia, cinema, fede.
“Le forme del divino” (Il Mulino, 238 pagine, 24 euro) ci fa comprendere come la visione attraverso l’immagine cinematografica, in questo caso il film pasoliniano “Il Vangelo secondo Matteo”, implichi altre visioni, perché il Cristo è a sua volta mediato nell’immaginario collettivo dalle sue rappresentazioni attraverso i secoli, dalla letteratura (basti pensare alla sua nuova, straniante narrazione in “Il maestro e Margherita” di Michail Bulgakov) e dai media visivi, compresa la televisione prima e dopo l’atomizzazione dei mezzi di comunicazione.
Dantini ripercorre le tappe di un regista-scrittore affascinato dalla figura di Gesù, tanto da affrontare le critiche di una classe colta imbevuta di ideologia più o meno ortodossa rispetto ad un marxismo che lentamente era entrato in fibrillazione con il dopo-Stalin, l’invasione dell’Ungheria da parte dei carri armati sovietici nel 1956, il tentativo di Chruščëv di destalinizzare l’Urss senza rinunciare all’egemonia del partito.
Eppure Pasolini se ne andò per la sua strada, proponendo, dopo un viaggio in Terrasanta (assieme al sacerdote e biblista don Andrea Carraro), i panorami agricoli dell’Italia meridionale come nuova patria del messaggio evangelico. E non fu l’unico, perché altri scrittori videro nel profondo sud la sacralità di una antica civiltà e di una fede profonda.
La convinzione della possibile alleanza tra l’insegnamento di Gesù e un socialismo che provenisse soprattutto da quel sottoproletariato temuto come “reazionario” da molti studiosi impegnati politicamente, portò Pasolini a fare conti salati con i suoi amici ortodossi nella visione del marxismo o del neo-marxismo.
In questo libro il rapporto tra parola e immagine, soprattutto quella sacra, sfiora la questione del ritorno all’icona: l’abbandono delle “finzioni” prospettiche dell’arte dal Rinascimento in poi per superare quell’illusione, come ci hanno mostrato gli studi di Evdokimov e la testimonianza viva di Pavel Florenskij, sacerdote ortodosso imprigionato e giustiziato nel 1937 dal regime staliniano, cui viene qui dedicato ampio spazio. Con sorprendenti ripercussioni sulla letteratura contemporanea, qui non prese in esame, ad esempio in alcune pagine del romanzo “Elizabeth Costello” di J. M. Coetzee, Nobel nel 2003, in cui l’immagine sacra torna al centro della narrazione.
Dantini fa giustizia di alcuni luoghi comuni, come la radicale contrapposizione tra Riforma contro le raffigurazioni religiose e mondo cattolico rigorosamente difensore dell’arte naturalistica, anche quella sacra. E ci aiuta a capire cosa si nasconde dietro l’apparente fissità delle nature morte di alcuni artisti, come Beert o Flegel, in cui frutta, dolci, calici, vino, libellule assumono un significato religioso, perché “elementi che rinviano alla Passione e alla caduta”.
Dantini approfondisce soprattutto il tema di come l’immagine sacra, in questo caso la Madonna Sistina di Raffaello, ora a Dresda, risalente al biennio 1513-14, abbia rappresentato per Dostoevskij, soprattutto in “I Demoni”, “un ruolo cruciale”, con la fascinazione di una bellezza non estetizzante che trascina abissalmente e porta ad una venerazione che va oltre la forma, nell’interiorità dell’uomo.
Con il risultato di una rinascita e di un cammino nuovo verso il senso vero della vita. Grazie alle forme della creazione umana.