Fatti
Non si sa ancora con esattezza quando si voterà per il rinnovo del Parlamento. Salvo cataclismi politici oggi del tutto imprevedibili, accadrà nel 2027. Ma in autunno o in primavera? La questione ha degli inevitabili profili tecnici ma, come dimostra il dibattito più o meno pubblico di questi mesi, evidenzia delle implicazioni politiche decisive per le ripercussioni possibili sullo stesso esito del voto. E’ per questo che dallo stesso governo arrivano segnali contrastanti. Vanno innanzitutto ricordati due aspetti – diciamo così – “istituzionali” e cioè che a norma di Costituzione la legislatura si completa fisiologicamente nell’ottobre del prossimo anno e che sciogliere le Camere è un compito del Capo dello Stato, sentiti i presidenti dei due rami del Parlamento. Ma il Capo dello Stato non decide a casaccio o arbitrariamente. In buona sostanza le Camere vengono sciolte se non sono più in grado di funzionare e, segnatamente, di esprimere un governo. E’ quanto avvenuto nel luglio del 2022 in seguito alla caduta dell’esecutivo Draghi. Per la prima volta dal 1948 le politiche si sono tenute in autunno, il 25 settembre, il che ha comportato delle difficoltà nel varo della legge di bilancio (che deve essere approvata dal Parlamento entro il 31 dicembre) da parte del nuovo governo. Motivo per cui l’ipotesi di un’interruzione anticipata di qualche mese ha accompagnato la legislatura praticamente da subito, tenuto anche conto che in primavera erano in previsione le elezioni dei sindaci delle maggiori città e un abbinamento sarebbe stato tutto sommato auspicabile.
Considerazioni tecniche che almeno in teoria avrebbero potuto trovare il consenso del Presidente della Repubblica (fino a prova contraria, ovviamente). Ma per creare le condizioni costituzionalmente richieste per lo scioglimento, il governo avrebbe dovuto dimettersi o essere sfiduciato dal Parlamento. Vedremo che cosa accadrà con l’annunciata questione di fiducia che sarà posta sul passaggio definitivo della nuova legge elettorale, nella prima settimana di ottobre. Il voto è segreto e recentemente, sulla reintroduzione delle preferenze, la maggioranza è andata sotto, ma in questo caso un voto contrario comporterebbe la fine del governo Meloni e della legislatura, con 115 deputati della maggioranza al primo mandato che non conseguirebbero il diritto alla pensione. Appare molto improbabile che ciò si verifichi, a meno che non sia proprio questo l’obiettivo di almeno una parte della maggioranza. Qui le dietrologie si sprecano. Persino la mossa chiaramente propagandistica sul bollo auto è stata oggetto di congetture perché giocata molto anzitempo rispetto a eventuali elezioni anticipate, ipotizzate tra aprile e maggio. Che cosa ha in mente la premier? Bruciare le tappe anche per cogliere in mezzo al guado il “campo largo” alle prese con le solite interminabili diatribe sugli assetti interni della futura coalizione? O completare la legislatura per riguardo alla situazione internazionale e per coerenza con l’enfasi con cui è stato salutato il record di stabilità dell’esecutivo? Si è anche in attesa di un segnale piccolo ma significativo: il voto del 27 e 28 settembre per le suppletive di Reggio Calabria. E’ il primo test sul campo per Roberto Vannacci che ha sfidato apertamente il centro-destra.