Fatti
Il boss con un esercito di 450 banditi. La “faccia d’angelo” capace di incassare molte decine di miliardi di vecchie lire. L’evaso dal carcere dei Due Palazzi. Il cliente dell’avvocato “Ricky” Vandelli. Infine il super-pentito che smantella la banda. E oggi un 71enne orfano che ha perso salute e memoria. È la parabola del più grande criminale del Novecento raccontata da Maurizio Dianese in Come me nessuno mai. Le mille vite di Felice Maniero bandito (Sem, pagine 240, euro 18).
La cronaca in presa diretta, grazie alla consolidata esperienza “sul campo” con Il Gazzettino. «Non mi sono basato sulle carte della Procura, ma sulle informazioni di alcuni esponenti della Mala del Brenta verificate con i poliziotti che li indagavano. I carabinieri? Di loro non mi fido, come dimostrano le inchieste finite male in Italia…» spiega Dianese durante l’incontro allo spazio eventi della libreria Toletta a Venezia.
Con Maniero ha costruito un rapporto diretto. Lo ha visto perdersi alla morte della madre Lucia Carrain, 95 anni. Lo ha accompagnato a Campolongo Maggiore per il cambio d’identità. Lo ha spinto a confessare di aver ordinato anche l’omicidio di Sandro Radetich. «Un genio, sia pure criminale, che ha intuito e incarnato il Nord Est. All’inizio rubava forme di grana e salame. Poi si è presentato alla Fiera dell’oro di Vicenza con un falso biglietto da visita. E ha rapinato gli orafi, che dichiaravano la metà dei lingotti persi: economia in nero. Maniero è stato come Benetton nel miracolo veneto, perché ha perfino inventato il franchising delle rapine che autorizzava e gestiva» afferma l’autore del primo libro in cui Felicetto è protagonista in prima persona.
Allo zenit della “carriera”, Maniero trattava alla pari con la mafia e la ‘ndrangheta o collezionava opere d’arte. Quattro figli con altrettante donne, sposato soltanto con Marija Ramic (vista alla cerimonia per guadagnare la cittadinanza croata…), ha messo a segno “colpi” eccezionali come al Des Bains del Lido, all’aeroporto di Tessera e al Casinò di Venezia. «Ammette sette omicidi, mentre considera un incidente la morte della giovane Cristina Pavesi durante l’assalto al treno con la dinamite a Vigonza nel 1990. Altrimenti, ogni rapina della sua banda non aveva mai fatto vittime» chiosa Maurizio Dianese.
Il libro è denso di notizie, disegna un ritratto anche inedito, permette di far storia con la cronaca. E per Maniero, all’epoca, non esisteva paragone: Renato Vallanzasca (che dopo 52 anni di carcere, da demente, è ospite di una struttura padovana) “vantava” quattro omicidi e rapine meno eclatanti.
Senza dimenticare un’altra “invenzione” di Maniero: la trattativa con lo Stato. Non solo quando si pente nel febbraio 1995, perché il 10 ottobre 1991 fa rubare nella basilica del Santo una reliquia per chiedere la liberazione del cugino Giulio. Doveva essere la lingua di Antonio, ma i tre banditi armati fuggono… con il mento. Sarà “ritrovato” due mesi dopo a Fiumicino.
(nella foto, un particolare della copertina del libro di Maurizio Dianese)