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Domenica 15 novembre Leone XIV resterà a Cusco poco più di tre ore. Arrivato da Chiclayo alle 10, incontrerà i fedeli e i rappresentanti della pietà popolare nel Parco archeologico di Saqsaywaman e alle 11.45 guiderà la preghiera dell’Angelus sul piazzale della cattedrale, prima di ripartire per Pucallpa, in Amazzonia. Che cosa troverà in una città dove fede cattolica e tradizioni andine si intrecciano da secoli lo racconta al Sir l’antropologa di Cusco Delmia Socorro Valencia Blanco.
Che cosa significa oggi parlare di identità andina a Cusco e nelle comunità che la circondano? Quali elementi restano più forti e quali stanno cambiando più rapidamente?
L’identità andina ha radici molto profonde, forgiate nel mondo preispanico. Dopo l’invasione spagnola, nonostante i cambiamenti bruschi che la sua cultura dovette subire, si mantenne con forza, assumendo a sua volta elementi nuovi, come la lingua, la religione, le forme di lavoro. L’uomo andino seppe mantenere la forza della sua religione, nella quale erano gli elementi della natura a dare la vita: i fiumi, i laghi, le montagne protettrici (gli Apu), la terra che seminava e che gli dava il cibo (la Pachamama), il sole (Tayta Inti, la divinità suprema), la luna (Mama Killa). La sua conoscenza dell’universo è diventata una cosmovisione ancora viva nelle comunità rurali, e direi perfino che sta riprendendo forza nella popolazione urbana. Un esempio è il culto alla Pachamama, la madre terra. Il mese di agosto è dedicato a lei, e ancora oggi le si fanno offerte per ricambiare ciò che ci dà durante l’anno. È il famoso “haywarikuy” (in quechua, “porgerle”), un rito in cui le si offrono gli stessi alimenti che lei ci dà, insieme ai “kintus” di foglie di coca, alla chicha e ad altri elementi. Questa cerimonia ha preso forza da un paio di decenni e la celebrano persino le istituzioni statali, con l’aiuto di un sacerdote andino. Il popolo di Cusco si sente pienamente identificato con il suo passato e la sua tradizione, nonostante i cambiamenti che la modernità e la tecnologia ci offrono. I giovani si lasciano coinvolgere dai concorsi di danze tipiche delle comunità che il Comune e le istituzioni culturali promuovono ogni anno a giugno, per le feste di Cusco. La cultura andina, quindi, resta forte non solo dal punto di vista religioso, ma anche nel folklore, nelle danze, nell’artigianato tessile e nella ceramica, naturalmente con alcuni cambiamenti propri di un processo di interculturalità.
Che peso hanno ancora la lingua quechua, le tradizioni comunitarie e il rapporto con la terra nella vita quotidiana delle nuove generazioni?
È vero che la nostra lingua nativa ha perso vigore, soprattutto dopo la rivolta di Túpac Amaru (1780). Soffocato quel tentativo di libertà, le autorità spagnole ne proibirono l’uso in città e nei dintorni, ma nelle comunità più lontane si conservò. Con la riforma agraria del governo di Velasco Alvarado (1968) il quechua fu reso ufficiale e si pubblicarono libri di testo per insegnarlo nelle comunità, ma purtroppo fu un lavoro rimasto incompiuto. Nello stesso periodo cominciò la migrazione dalla campagna alla città, che ridusse il numero dei quechuaparlanti: i figli che arrivavano in città provavano una certa vergogna della loro lingua materna. Grazie al lavoro dell’Accademia maggiore della lingua quechua e di professionisti quechuaparlanti che cercarono di rivalutarlo, il quechua non si è mai perso. Oggi il Centro linguistico dell’Università nazionale di San Antonio Abad (Unsaac) lo mantiene vivo, ed è riconosciuto come lingua valida per conseguire la laurea. Bisogna però riconoscere che le nuove generazioni non parlano più il quechua con scioltezza: è presente solo nelle zone rurali, nei mercati locali, in alcuni riti, ma come lingua non è diffuso a Cusco. Le tradizioni comunitarie, invece, restano: il diritto consuetudinario, le feste religiose cattoliche delle comunità, la partecipazione dei giovani alle danze offerte alla Vergine o ai santi, i matrimoni. Anche il rapporto con la terra, la Pachamama, è ancora vivo. Il rispetto per la terra, il riconoscimento di ciò che ci offre, la gratitudine sono presenti tanto nelle generazioni più anziane quanto in quelle nuove.
Cusco è un luogo in cui il cattolicesimo, la religiosità popolare e le tradizioni preispaniche si sono intrecciati per secoli. Come si manifesta oggi questo rapporto e come sta evolvendo?
Certo, Cusco ha accolto il cattolicesimo europeo con naturalezza e rispetto. Come dico sempre, l’uomo andino preispanico, durante l’evangelizzazione, forse pensava così: “Ah, va bene, esiste un Dio che secondo loro (gli evangelizzatori) ha ‘fatto’ i nostri dèi, ma non lo vedo. Lo conosco attraverso immagini fatte dall’uomo, ed è uguale a noi. Se anche Lui è Dio, credo in Lui. Ma i miei dèi, il mio Inti, i miei Apu, la mia Pachamama sono qui, li vedo, quindi hanno vita, non posso dimenticarli, sono qui presenti”. È questa la ragione del sincretismo ancora presente nella nostra cultura. Quella convivenza intrecciata per secoli ha arricchito entrambe le religioni: la nostra (la mia), festosa, allegra, con una profonda gratitudine per ciò che si è ricevuto, e quella europea cattolica (oggi anche mia), solenne, rispettosa, con leggi e comandamenti da osservare. La religiosità popolare ha fraternizzato con le immagini dei santi e della Vergine, ha reso festosa la solennità. In altre parole, ha dato maggiore naturalezza al suo Dio cattolico, e oggi gli rende culto con le sue danze, le sue feste e perfino con gli eccessi. Una delle feste più importanti a Cusco città è il Corpus Christi. Dopo la processione dell’Ostia consacrata su un carro d’argento, accompagnata dall’arcivescovo e da tutto il clero, comincia quella di quindici immagini di santi e della Vergine delle diverse parrocchie della città. Quando sono tutte entrate in cattedrale, la festa comincia in ogni quartiere o parrocchia, dove la Vergine o il santo è presente simbolicamente. Lì si esprime quella fraternità e quella confidenza con l’immagine che giustifica gli eccessi della festa. Anche se ci sono stati alcuni cambiamenti, queste feste conservano l’essenza cattolica della tradizione e l’unione dei fedeli e dei devoti per organizzarle.
Il turismo, l’urbanizzazione e la globalizzazione stanno trasformando profondamente il territorio. Quali opportunità hanno generato e quali rischi pongono per la salvaguardia dell’identità culturale andina?
Il turismo, soprattutto per l’interesse economico che ha per la popolazione, ha davvero trasformato in qualche modo il territorio. L’offerta di servizi è cresciuta moltissimo, sia nel campo archeologico, con le visite a Machu Picchu, a Saqsaywaman e ad altri luoghi, sia negli alberghi e nella ristorazione. Cusco è una città turistica per eccellenza perché, oltre all’archeologia, ha una ricchezza folkloristica di danze, feste ed espressioni culturali, l’artigianato e il turismo mistico, che porta in luoghi come Pisac e la Valle Sacra. La globalizzazione, per alcuni aspetti vantaggiosa, è allo stesso tempo critica per il nostro spazio culturale andino, perché alcune zone di Cusco sono diventate luoghi cosmopoliti. L’arrivo massiccio di stranieri che poi restano a vivere sul posto, che sia a Pisac, a Urubamba o in alcuni quartieri della città, porta conseguenze tutt’altro che piacevoli per gli abitanti originari. Questo crea anche problemi di urbanizzazione e di spazio per i terreni coltivati, che diminuiscono poco a poco per lasciare il posto alle abitazioni. Così come un turismo controllato, regolato per legge e produttivo genera reddito e promuove l’identità degli abitanti, che si sentono orgogliosi della loro terra, le visite di massa senza controllo da parte delle autorità causano malessere e perdita della nostra identità culturale.
A Cusco Leone XIV incontrerà anche le espressioni della pietà popolare. Che significato assume una visita papale in un territorio dove la fede cattolica e la cultura andina hanno costruito nel tempo un rapporto così particolare?
Benvenuta la visita di Papa Leone XIV nella nostra città. Da tutti i preparativi so che sta suscitando una grande attesa. Cusco è una città cattolica per eccellenza e, allo stesso tempo, custode delle sue radici culturali. Sono certa che al suo arrivo il popolo saprà mostrargli il suo affetto. Siamo una popolazione che ha ereditato il dono della reciprocità andina: mi regali qualcosa, ti restituisco il doppio. Se viene fin qui a darci la sua benedizione, benedetto sia, e che Dio lo ricompensi per la sua bontà. È molto probabile che le autorità ecclesiastiche lo invitino a visitare il Señor de los Temblores, il Signore dei terremoti, patrono di Cusco e parte della nostra identità di popolo cristiano. Peccato che la sua visita sarà così breve, perché abbiamo tante ragioni da mostrargli per fargli conoscere la nostra fede. Lui, da peruviano qual è, sa quanto è fedele il popolo, e ancor più quello di radici andine: umile, affettuoso, allegro, festaiolo, ma allo stesso tempo unito e forte nell’affrontare i suoi problemi. È la seconda volta che Cusco ha il privilegio di ricevere un Pontefice: quando venne Giovanni Paolo II abbiamo avuto la fortuna che incoronasse la Vergine del Carmen di Paucartambo, un evento che quel paese non dimentica e che ogni anno ricorda con una festa. Un significato importante di questa visita sarà la comprensione che il Papa mostrerà per la convivenza delle due religioni, per questa unione ancestrale e per il vissuto del popolo di Cusco, custode del suo passato e allo stesso tempo cattolico per eccellenza, autore di moltissimi canti religiosi in quechua che lo commuovono fino alle lacrime, come quando nella Settimana Santa canta: “Apu yaya Jesucristo, qespicheqni Diosnillay…, Rijraykita mast’arispa, hanpuy wawa niwashanki” (Dio Padre Gesù Cristo, mio Dio salvatore… Aprendo le tue braccia mi stai dicendo: vieni, figlio mio).