Riflessione sui riti del matrimonio che cambiano: dalla dote, dalla lista nozze e dalla "busta" da chiudere leccandone i bordi al conto corrente stampato sul cartoncino. «Dateci soldi, che al resto pensiamo noi»: un dovere capestro che spersonalizza ogni volontà dell'invitato
Giugno, mese di matrimoni, dove mi ritrovo a far parte di quella generazione che viveva tale appuntamento come una festa attesa per il corollario di fasti e cibo che si consumava. «Altri tempi!», si dirà. Tempi lontani a tutti gli effetti a partire da certi dettagli, oggi per niente ininfluenti. Lo spirito dell’attesa, dei preparativi e dei festeggiamenti non ha equiparazione con ciò che oggi promuovono i moderni wedding planner, letteralmente gli organizzatori di matrimoni. Lontano dal fare comparazioni su modi, mode e costi passati, balza all’occhio un dettaglio che vivo come un boccone amaro: l’Iban che gli sposi stampano sull’invito “di o a nozze”, che scopro solo ora essere differente se s’intende il cartoncino principale che annuncia lo sposalizio oppure l’allegato con cui s’invita al ricevimento o banchetto. Sottigliezze nient’affatto banali se poi in entrambe le modalità, sotto trovi stampigliato a chiari numeri il conto corrente dove lasciare il denaro come regalo unico di nozze richiesto. Come a dire: «Dateci soldi, che al resto ci pensiamo noi!». Un tempo c’erano la dote e la lista nozze, oltre che la solita “busta” da chiudere leccandone i bordi. Oggi c’è pure la lista nozze online, come il contributo per il viaggio di nozze in agenzia o, in qualche caso, il fondo di solidarietà. Quello che spopola però è sempre e solo lui: il versamento. Quel bonifico «diretto, comodo e apprezzatissimo dagli sposi» come spiega il wedding planner di turno. Peccato solo che si annullino o quasi la libertà e volontà di chi vi partecipa suo malgrado. L’Iban non lascia scampo, finendo in banca, lasciando traccia nostra e delle nostre disponibilità. Incastrati in questa tenaglia matrimoniale, più che un piacere è un dovere capestro che spersonalizza ogni nostra volontà. Vissuto – almeno per me – come un atto coercitivo e irrispettoso verso l’invitato, che con un click consuma il matrimonio.