Mosaico
Uno dei più grandi giornalisti, corrispondente dall’ Asia per grandi testate mondiali, da Der Spiegel ai nostri Corriere della sera e Repubblica, per tacere di altri, Tiziano Terzani ha rappresentato l’esempio per eccellenza di quanto la storia possa interagire con l’apparente imparzialità del giornalista: quest’ultimo descrive, analizza gli eventi, ma gli accadimenti entrano nella coscienza dell’osservatore professionale, contribuendo a formarla, e a mutarla. Procedimento assai complesso e difficile da descrivere, affrontato da Piero Ambrosi in “Tiziano Terzani. L’ Asia dentro l’imbrunire” (Fuorilinea, 128 pagine, 16 euro), con il coraggio di chi ha avuto a che fare, nella sua storia di cattolico democratico impegnato nella cultura e in politica (è stato sindaco di Tivoli, consigliere regionale e assessore provinciale, nonché autore di una monografia su Igino Giordani), con il complesso rapporto tra coscienza, teorica imparzialità cronachistica, ideale personale e realizzazione di quello stesso ideale nella storia.
Ambrosi parte dai tempi fiorentini del grande giornalista, segnati dall’impegno di molti cattolici nel sociale, con gli esempi di don Mazzi, don Milani e La Pira che Terzani aveva ben presente e poi dal suo impegno nel progetto Olivetti che lo portò per la prima volta a fare i conti con l’Asia, con un Giappone che lo colpì negativamente per il suo cedimento all’economia d’occidente e al suo consumismo.
Ma questo sarebbe solo mera cronaca già presa in carico da altri libri sul grande inviato. Ambrosi guarda altrove, nelle profondità dell’uomo Terzani, non cedendo mai alla gratuità delle conclusioni personali, ma tenendo conto delle corrispondenze, delle confessioni e delle testimonianze dirette riportate in libri come “Un altro giro di giostra” o “Buonanotte Signor Lenin”.
E l’autore non opera conclusioni affrettate su una spiritualità che, se si affina e approfondisce soprattutto a contatto con L’India, non assume le caratteristiche di una radicale conversione a qualsivoglia fede istituzionale.
È soprattutto sui crinali sopra i 2300 metri dell’Himalaya o nei mesi trascorsi in seminari spirituali nel sud dell’India, nei quali il giornalista chiede di essere chiamato Anam, vale a dire il senza nome, che inizia un profondo, complesso cammino verso una nuova coscienza, abbandonando i razionalismi di un occidente che aveva portato alla colonizzazione mercantile.
Solo in Asia Terzani riconosce qualcosa che si può chiamare “altro”, perché il corrispondente delle grandi testate d’occidente -che aveva interrotto i contatti con quel suo vecchio mondo- ritiene che dargli un nome significherebbe limitarlo e privarlo dei suoi indicibili abissi. Soprattutto la natura, le montagne, gli uccellini che cinguettano sugli alberi, gli rendono possibile l’avvicinamento al divino celato in ogni cosa.
Ambrosi ci accompagna in questo lungo cammino, da quando il Terzani convinto assertore della bontà del comunismo in Cambogia, Vietnam, Cina deve ammettere, avendoci fatto pesanti conti (in Cina venne “processato” e poi liberato per le pressioni occidentali, e ovviamente cacciato) per aver raccontato nei suoi articoli la spersonalizzazione, la massificazione e la cessazione di ogni libertà.
Solo la montagna, la natura e la contemplazione gli offrono una nuova chiave di lettura della realtà. Grazie anche alle parole di sacerdoti e missionari che condividevano la vita degli ultimi, e soprattutto all’incontro con Teresa di Calcutta, la vita gli ha rivelato un senso diverso, più profondo e più lontano da un consumismo che Terzani aveva compreso essere la terribile spina sul fianco dell’Occidente.