Chiesa
Questa espressione, formulata dai Padri del Concilio Vaticano II poco più di sessanta anni fa, mantiene per noi un pieno significato e ci aiuta nella consapevolezza di quanto sia ricca l’appartenenza alla Chiesa.
Nel parlare comune, infatti, siamo soliti riferirci alla Chiesa composta dai fratelli e dalle sorelle nella fede che incontriamo quotidianamente sul nostro cammino: è la nostra esperienza immediata. Di essa siamo grati al Signore che non ci offre mai una sua immagine teorica, ma viene a noi concretamente attraverso il prossimo.
Considerando il nostro passato personale possiamo davvero pensare con gratitudine a coloro (forse i genitori) che ci hanno insegnato il segno di croce, ci hanno trasmesso le prime semplici formule della preghiera cristiana, ci hanno accompagnato in una chiesa, ci hanno parlato dei nostri cari defunti: in una parola, ci hanno reso possibile fare gesti e dire parole condivise da altri e con altri cristiani.
Quella che adesso viene chiamata “iniziazione cristiana” ci ha quindi permesso di incontrare un ambiente più vasto, ordinariamente in un contesto parrocchiale. Ricevere i sacramenti, riconoscere vari ministeri, fare parte di gruppi, partecipare a iniziative, assumersi degli impegni solidi e responsabilità verso gli altri: tutto questo ha fatto sì che il nostro personalissimo e individuale sentire religioso si sia confrontato con un “noi” più vasto. Nelle stesse celebrazioni abbiamo imparato a riconoscere il “bagliore” evangelico che ciascuno interpreta con la propria esistenza: così, siamo portati anche a riconoscere “la forza dello Spirito Santo che agisce”.
Con il crescere dell’età queste esperienze hanno condotto – soprattutto chi è rimasto (o ri-diventato) praticante – a un allargamento della sua dimensione di vita cristiana: per alcuni si è stabilizzata nell’ambito della parrocchia, per altri in contesti di gruppi o di vari cammini di fede, per altri ancora in esperienze religiose o percorsi vocazionali.
Eppure questo non è l’orizzonte definitivo della nostra appartenenza e della nostra comunione.
Chiamiamo, infatti, “chiesa celeste” tutta quella porzione di umanità che ha già attraversato la morte e, o in questa vita o nella dimensione ultraterrena, ha incontrato Cristo, accettando di associarsi al suo mistero di passione, morte e risurrezione.
Nella celebrazione eucaristica ci vengono consegnate delle espressioni, delle esortazioni e dei riti che aprono a questa partecipazione “cosmica”, la più vasta fra tutte, che abbraccia l’umanità redenta al di là dei limiti del tempo e delle appartenenze geografiche e culturali.
Nella liturgia siamo esortati più volte a unirci nel culto a Dio che gli rivolgono coloro che sono già in
Lui: consideriamo il Gloria, inno universale degli angeli e dei santi, pensiamo alla conclusione di ogni prefazio che introduce il canto del Santo, associando la nostra voce a quella che sempre risuona in cielo davanti a Dio.
Inoltre, partecipe della santità di Dio e pienamente illuminata dal Suo amore, questa porzione di Chiesa ama ciò che il Signore ama: con Lui rivolge uno sguardo partecipe e benigno a noi che stiamo compiendo il cammino terreno. Consideriamo, per esempio, la formula dell’atto penitenziale, in cui chiediamo che ogni creatura preghi Dio, favorendo così la Sua misericordia per noi: «Supplico la beata sempre Vergine Maria, gli angeli, i santi e voi, fratelli e sorelle, di pregare per me il Signore Dio nostro».
Se ci pensiamo, questo nostro modo di pregare esprime già la certezza di essere in una comunione, che attende certamente di essere manifestata, ma è già reale.
Questo legame non è intellettuale, ma vitale.
Acquista così senso pregare i santi perché intercedano per noi: il loro sguardo e la loro attenzione sono trasparenza della benignità di Dio; in epoca recente si sottolinea come questa “Chiesa celeste” non è composta solo da coloro che sono stati elevati agli onori degli altari, ma è formata dalla moltitudine di fratelli e sorelle che hanno sperato in Cristo; la preghiera di suffragio per i nostri defunti e per tutti i morti si inserisce e amplifica la supplica, perché si componga in cielo il legame definitivo, il vincolo indissolubile dell’Alleanza definitiva tra Dio e l’umanità.
La Scrittura, soprattutto attraverso i cantici del Nuovo Testamento, presenti nel Vangelo di Luca, nelle lettere di san Paolo e nell’Apocalisse, ci offre delle espressioni di preghiera che consolidano questa unione e portano le nostre labbra ad esprimere questa beata speranza che vive nella fede.
Intenzione di preghiera del papa
Preghiamo perché i cristiani che vivono in contesti di guerra o di conflitto, specialmente in Medio Oriente, possano essere semi di pace, di riconciliazione e di speranza.
Intenzione dei vescovi
Ti preghiamo, Signore, per i cristiani che si sono allontanati dalla Chiesa: possano riavvicinarsi alla vita sacramentale per scoprire la bellezza e la forza salvifica dei segni della tua grazia.
Intenzione per il clero
Cuore di Gesù, i tuoi presbiteri in questi ultimi giorni del Giubileo raccolgano frutti abbondanti di conversione e di vita nuova, e vivano nel segno di una rinnovata speranza il loro ministero.