Chiesa
l ruolo dello sport nel contrastare la povertà educativa è uno degli elementi più interessanti emersi nell’indagine realizzata dall’Osservatorio delle povertà e delle risorse di Caritas Padova, avviata nel settembre 2024 e dedicata a famiglie con figli minori che si rivolgono ai centri di ascolto (cda) presenti nel territorio della Diocesi. L’obiettivo: approfondire come la vulnerabilità economica influenzi aspetti cruciali che coinvolgono bambini e ragazzi, come la formazione scolastica, la gestione del tempo libero, l’accesso alle risorse educative.
Le interviste hanno coinvolto 29 cda, che hanno raccolto in tutto 37 testimonianze: raccontano storie di resilienza, difficoltà e strategie quotidiane per garantire ai figli opportunità di crescita; nello specifico hanno risposto 20 genitori stranieri, 5 italiani, 12 cittadini italiani ma nati all’estero. Prevalentemente vivevano in coppia, ma in circa un caso su tre si è trattato di madri sole; nelle famiglie coinvolte si contano, in totale, 117 figli (106 minori).
«Abbiamo riscontrato quanto l’ambiente dello sport abbatta le barriere: è come se, all’interno di un campo, tutti avessero la stessa dignità e parità di chance, di relazioni, di integrazione – spiega Daniela Crivellaro, operatrice della Caritas diocesana – L’ambito sportivo non risponde solo al bisogno di relazione, è anche il luogo in cui un ragazzo, che magari ha difficoltà di inserimento a scuola, trova il modo per esprimere le proprie potenzialità o scoprire spazi di realizzazione. Nonostante le ristrettezze economiche e pur incontrando ostacoli a
volte nel raggiungere campi o palestre, diversi genitori fanno il possibile per garantire l’attività sportiva ai figli, che per lo più si realizza all’interno di società organizzate».
L’indagine ha fatto poi emergere che molti bambini e ragazzi sono piuttosto soli nell’affrontare lo studio e il tempo libero in casa, che trascorrono giocando – ma quasi mai invitando gli amici – e soprattutto guardando la televisione. Questo va di pari passo con una bassa scolarità delle famiglie, il titolo di studio di chi ha partecipato all’indagine è la licenza media o altro titolo inferiore (presenti anche tre laureati); la maggior parte dei padri presenti ha un’occupazione, sia tra gli italiani che tra gli stranieri. Poche invece le madri che lavorano (9 su 37), 8 sono casalinghe, molte sono classificate come “disoccupate”.
Alla richiesta se oltre al centro di ascolto Caritas le famiglie avessero altre persone a cui rivolgersi in caso di bisogno, 17 su 37 hanno indicato le associazioni locali, 11 altri familiari non conviventi. Poche persone hanno parlato di vicini o amici. Il problema dell’isolamento delle famiglie esiste e ha molteplici sfaccettature: si sentono isolate, ma spesso sono esse stesse a non cercare l’inclusione per motivi culturali, legati a stili di vita o alla paura del confronto.
Il progetto, oltre a dialoghi approfonditi con le famiglie, ha visto momenti formativi con i volontari che se ne sono occupati, focus group e confronti sui risultati. «I centri d’ascolto, oggi, presentano maggiori progetti sulla povertà educativa rispetto al passato: sono attenzionati lo sport, i percorsi psicologici, il doposcuola – conclude Crivellaro – Un risultato di questi anni di attività nei cda in cui si è compresa l’importanza di lavorare anche su questi aspetti. Pensiamo sia nostro compito cercare di allargare sempre più la comunità educante in questi ambiti, nello spirito e nell’azione di Caritas la cui mission è sensibilizzare alla carità tutta la società».
Mariassunta Nichisolo, volontaria Caritas e referente del doposcuola nella parrocchia della Madonna Pellegrina, è tra coloro che hanno partecipato al progetto, somministrando il questionario e intervistando due famiglie straniere.
«Mi ha colpito la titubanza iniziale a partecipare al percorso, c’era il timore di un’intrusione nella loro storia familiare; poi, invece, si è rivelata un’esperienza serena. È stato interessante entrare in aspetti rilevanti che coinvolgono i bambini, come l’esposizione alla tivù, l’utilizzo del telefono, la solitudine di alcuni di loro. Con progetti come questo la comunità viene sollecitata all’inclusione, è stimolata nell’avere attenzione a tutti i bambini».