Idee
Nel post Covid l’Europa unita approvò il programma Next GenerationEU che avrebbe rilanciato un’economia piegata dal virus e, di per sé, arretrata rispetto alla rivoluzione digitale che altri Paesi hanno meglio abbracciato. L’Italia ottenne la fetta di torta più grossa, 194 miliardi di euro che alimentarono il Fondo per la ripresa e la resilienza, conosciuto come Pnrr: due terzi in prestito, un terzo circa a fondo perduto.
Con gli oltre 160 miliardi impiegati per il bonus ristrutturazioni 110%, stiamo parlando di una fiche messa sul tavolo da oltre 350 miliardi tra il 2021 e il 2026, termine ultimo di impiego dei fondi Pnrr. Avremmo dovuto insomma volare, con una simile massa di investimenti pubblici (che tra l’altro hanno veramente appesantito il debito pubblico italiano). Invece no.
Lasciamo stare il bonus ristrutturazioni, i cui effetti a medio-lungo termine sono stati sostanzialmente nulli. Il Pnrr invece aveva proprio come obiettivo quello di rinfrescare un’economia, la nostra, che non cresce più dagli anni Novanta del secolo scorso. In Spagna, con molti meno soldi chiesti all’Ue, l’economia galoppa al ritmo del 2,5-3% di crescita annua. Noi siamo inchiodati ogni anno allo zero virgola.
È vero che ci sono ancora alcuni mesi per spendere quei soldi; è vero che l’Italia ha chiesto, sopra e sottobanco, di allungare i tempi rispetto al dicembre 2026. Ma ciò non toglie che quest’occasione sia sostanzialmente fallita. Un’altra così non la rivedremo per decenni.
Il motivo è semplice: siamo stati bravi a chiedere ed ottenere quei soldi. Non abbiamo saputo impiegarli bene. Tutto qui. La Francia ha puntato molto sull’occupazione giovanile; la Germania a sostenere le sue industrie pesanti e sulla conversione ecologica; la Spagna ha rivoluzionato le sue fonti energetiche, rendendosi sostanzialmente indipendente da gas e petrolio. Noi?
Dal governo Conte a quello Draghi fino all’attuale esecutivo Meloni, non c’è stata una strategia che non fosse quella di impiegare i soldi per realizzare tutte quelle opere che avevamo lasciato lì per mancanza di fondi, aggiungendo qualche utopia (il celebre ponte sullo Stretto) e una spaventosa frammentazione di risorse impiegate per parchi pubblici, piazze di paese, piste ciclopedonali, marciapiedi sgarruppati, edifici da recuperare.
Per carità: tutte cose lodevoli e necessarie. Nulla che abbia inciso sul motore economico del Paese, agganciato (con difficoltà) all’old economy e lontanissimo da microchip, algoritmi, mobilità elettrica, intelligenza artificiale, insomma innovazione tecnologica. Questa è lasciata a singole aziende che quasi sempre non hanno né le dimensioni né le risorse per competere con giganti internazionali che ormai vediamo lontani nell’orizzonte.
In Spagna, sentito l’odore dei soldi, si sono mobilitati con efficacia e rapidità: lo Stato centrale a disegnare il quadro complessivo, le varie regioni a presentare progetti ambiziosi da far partire subito. Da noi è mancato sia il disegno generale, sia la capacità della pubblica amministrazione territoriale di presentare progetti reali, validi, da mettere in cantiere al più presto.
Una parte dei fondi avrebbe potuto dare una sistemata ad infrastrutture vitali come la rete idrica o la protezione idrogeologica (non ci sono solo ponti e strade); l’altra parte avrebbe dovuto incidere sulle nostre debolezze – la quasi totale dipendenza energetica – e alimentare un piano industriale che in Italia manca da sempre, se non vogliamo definitivamente finire a fare gli albergatori (e i camerieri) del resto dell’umanità in visita al Belpaese.