Fatti
Il limite principale di quella che sarà l’ultima manovra economica della legislatura non è costituito soltanto da qualche misura dall’evidente sapore elettoralistico (non è certo la prima volta che accade tra un governo e l’altro, tra una votazione e l’altra), ma soprattutto dalla mancanza di una spinta complessiva per un sistema che deve confrontarsi con la fine della stagione del Pnrr. Il Piano – va tenuto sempre presente – è il fattore che ha consentito agli ultimi esecutivi di poter contare su un costante aumento del Prodotto interno lordo, collegato di fatto all’ingente contributo europeo post-pandemia, di cui l’Italia è stata il beneficiario numero uno. Recentemente qualche timido segnale positivo aveva acceso le speranze in un autonomo input al rialzo, ma si trattava comunque di poca cosa rispetto ai Paesi più dinamici. La crescita debole, se non debolissima, non è un’esclusiva italiana, ma in casa nostra è un male che si sta cronicizzando. L’ultimo dato diffuso dall’Istat rileva che nel terzo trimestre dell’anno il Pil è rimasto fermo e quel che è peggio è che questo risultato si è accompagnato all’ennesimo balzo dell’inflazione, salita al 5,4% nel mese di ottobre rispetto al 4,2% di settembre.
A fronte di questa situazione, il disegno di legge di bilancio (peraltro già “bollinato” dalla Ragioneria generale dello Stato e autorizzato dal Quirinale) si presenta ancora come un’operazione di galleggiamento. Sempre meglio che una dissennata corsa a spendere, beninteso. Ma anche gli spunti più interessanti – come il “salvadanaio” per i nuovi nati – si arenano nella palude della scarsità delle risorse investite. Risorse che finiscono per privilegiare le voci più redditizie in termini di consenso per le fasce di elettorato vicine ai partiti della maggioranza. Basti pensare all’allargamento fino a 100 mila euro del regime forfetario (la cosiddetta flat tax) per le partite Iva, una misura che sottrae gettito al bilancio collettivo e genera ulteriori iniquità in un sistema fiscale sempre meno progressivo. Oppure al ritorno della pensione a 64 anni, pallino ideologico della Lega, un’ipotesi che sarà dettagliata nel corso dell’iter parlamentare, ma che potenzialmente sarebbe devastante per la sostenibilità degli equilibri previdenziali a meno di non renderla così poco appetibile da vanificarne l’effettiva rilevanza finanziaria. Con il paradosso del contestuale taglio all’indicizzazione dei trattamenti previdenziali per di più in un momento di corsa inflazionistica.
Per fortuna del centro-destra lo schieramento opposto continua a procedere a singhiozzo invece di cogliere tempestivamente le opportunità offerte dalle contraddizioni della coalizione governativa. Adesso sembra che il “campo largo” dovrebbe definire il programma comune entro novembre, a dicembre svolgere una manifestazione nazionale congiunta in concomitanza con la discussione parlamentare della manovra e finalmente a febbraio tenere le primarie per la scelta del candidato premier. Sì, perché questo resta un nodo fortemente problematico per la costituenda compagine di centro-sinistra. Sotto sotto (ma neanche troppo sotto) la speranza è che la Corte costituzionale finisca per cancellare dalla nuova legge elettorale l’obbligo di indicare il nome da proporre al Quirinale per la presidenza del Consiglio. Ma nel frattempo il “campo largo” farebbe bene – dal suo punto di vista – a concentrarsi sull’elaborazione di una credibile proposta alternativa di governo piuttosto che sfibrarsi nella contesa tra i personalismi dei vari leader.