Idee
L’uso delle armi e l’essere cattolici. Il ruolo dei sacerdoti nella resistenza
Alcuni sacerdoti hanno avuto un ruolo fondamentale nel coordinare i vari gruppi, in un contesto di legittimità motivata dalla guerra dell’oppressore
IdeeAlcuni sacerdoti hanno avuto un ruolo fondamentale nel coordinare i vari gruppi, in un contesto di legittimità motivata dalla guerra dell’oppressore
Storico, ricercatore al dipartimento di Scienze politiche, giuridiche, studi internazionali dell’Università di Padova, Alessandro Santagata, con la casa editrice Viella nel 2021 ha pubblicato Una violenza “incolpevole”. Retoriche e pratiche dei cattolici nella Resistenza veneta. Come può essere valutato il ruolo dei cattolici nel panorama della Resistenza veneta? «La Resistenza dei cattolici, in particolare nel Padovano e nel Vicentino, aveva delle caratteristiche proprie, talvolta anche in contrasto con altre componenti politiche e altre visioni della Resistenza, ma comunque in uno spirito e una pratica di collaborazione all’interno del Comitato di liberazione nazionale. Va valutata sulla base dei contesti territoriali geografici: Da un lato c’erano le brigate del popolo, legate alla Democrazia Cristiana che operavano nel territorio di pianura, come per esempio la Brigata Guido Negri attiva nelle tre province di Padova, Vicenza, Venezia; un’altra cosa è stata la Resistenza, per esempio, nella zona Pedemontana o Montana dove la Brigata Mazzini ha espresso una capacità militare assolutamente di primo piano. Mentre invece in pianura tendeva a prevalere una guerriglia fatta soprattutto di sabotaggi». Sul comportamento dei sacerdoti, cosa possiamo dire? «I sacerdoti sono stati importanti. Molti hanno svolto un ruolo di coordinamento tra i vari gruppi. Sappiamo del ruolo avuto da don Luigi Pascoli, parroco di Povolaro, per quanto riguarda il ruolo di trait d’union tra la Brigata Mazzini e le altre che in seguito formeranno la Divisione Alpina Monte Ortigara. Il fatto stesso che la sua fondazione sia avvenuta nella sua canonica, è un fatto significativo perché ci mostra come il clero abbia cercato di indirizzare in qualche modo la resistenza cattolica in una determinata direzione». Come sono organizzate e come agiscono queste brigate, quale identità esprimono? «Anzitutto va detto che queste brigate si connotano come brigate autonome laddove il termine “autonomo” va inteso dai partiti ma non dal Cln. Sono formazioni che hanno soprattutto un carattere militare, intendono proseguire la guerra così com’era stata interpretata nell’impostazione tradizionale. Gli alpini, per esempio, sono un modello a cui rifarsi anche nella forma di queste formazioni». Queste formazioni cattoliche come riuscivano a conciliare l’uso delle armi con la dottrina tradizionalmente pacifista della Chiesa? «Me ne sono occupato a lungo (Santagata ne parla ampiamente nel libro citato in apertura, ndg): lo sforzo di questi gruppi era quello di agire all’interno di un contesto di una violenza di guerra civile che non dovesse essere considerata cristianamente colpevole poiché la si faceva rientrare dentro l’alveo di una violenza tradizionale di guerra, appunto non colpevole. Il vero problema consiste nella sua legittimazione. Ovvero come conseguirla? Nelle mie ricerche ho cercato di dimostrare come la Resistenza fosse percepita legittima e giusta perché motivata dallo stato di guerra che giustifica la violenza contro il tiranno e l’oppressore, anche non praticando le esecuzioni sommarie e il terrorismo politico». Sembra che i vescovi non fossero proprio allineati… «Questo è un punto fondamentale. Nell’aprile 1944 la Conferenza episcopale del Triveneto pubblicò un documento che non condannava la Resistenza ma nello stesso tempo non la legittimava. Il documento si limitava a condannare in maniera precisa la repressione sanguinaria nazifascista, ma anche, in maniera ambigua tutti i “delitti di sangue”. Di conseguenza i partigiani cattolici cercano di adottare una forma di azione militare che sembrasse legittimata dal Governo del Sud, visto che sul piano religioso era difficile trovare una legittimazione morale. Negli organi di informazione della Dc che giravano clandestinamente, si faceva riferimento all’importanza, nel diritto, di resistere all’oppressore. Nel Veneto circolava la rivista clandestina delle Fiamme Verdi bresciane Il ribelle, che trattava questo genere di argomenti sotto il profilo cristiano».
Come facevano a procurarsi le armi? È vero che queste armi venivano nascoste anche dentro le canoniche? Alessandro Santagata: «Le armi erano fornite dagli Alleati. Venne infatti stabilito un servizio segreto di informazioni militari e il collegamento con l’Altopiano di Asiago, dove agivano le formazioni di Giovanni Carli “Ottaviano”, e con Padova, dove si trovava il comando della prima missione alleata di collegamento in alta Italia, la Marini Rocco Service, permettendo, di fatto, i primi lanci di armi, equipaggiamento e viveri sull’Altopiano. La Mrs era una missione militare Italo-Britannica. Il collegamento era garantito proprio dai comandanti della Brigata Sette Comuni e dalla Mazzini. Corrisponde al vero che in certe parrocchie venivano nascoste armi anche dentro le canoniche».