Idee
Dopo una lettura personale dell’enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone, il prof. Roberto Iuppa, docente ordinario di Fisica sperimentale all’Università di Trento, ha avviato un percorso di riflessione collettivo che ha coinvolto una trentina
di persone per parlare dell’Intelligenza Artificiale – anche se, specifica, «bisognerebbe parlare di intelligenze artificiali, perché ne esiste più d’una».
«Fin dalla prima lettura dell’enciclica mi sono reso conto di trovarmi di fronte a qualcosa di molto particolare, direi anche di eccezionale, rispetto ai documenti che abbiamo letto negli ultimi anni – spiega Iuppa – Nell’enciclica papa Leone riprende il libro di Neemia, e dice che, quando si parla di rapporto con l’IA, a ciascuno di noi spetta la costruzione di “un tratto di muro”. Mi sono chiesto quale fosse il mio, e la risposta che mi sono dato è che avrei potuto mettere al servizio degli altri la mia sensibilità di professore appassionato di IA. Ne è nato questo ciclo di incontri, partecipato da persone di ogni età e con percorsi lavorativi differenti».
Iuppa, da addetto ai lavori cosa l’ha colpita di più dell’enciclica di papa Leone?
«Va fatta una premessa. Come avviene per i temi affrontati in tutte le encicliche, anche quello dell’IA è “solo” un pretesto per storicizzare le sfide che la Chiesa si trova di fronte. Ho trovato ben calibrato e molto centrato il capitolo in cui vengono affrontati i dettagli più tecnici, ma non è stata una sorpresa, perché c’è già una nota – la Antiqua et nova, più volte citata nella Magnifica Humanitas – che affronta questi argomenti. L’enciclica di papa Leone, però, si spinge un po’ oltre, ponendosi il problema di quali saranno le difficoltà una volta che l’Intelligenza Artificiale verrà scalata, cioè diffusa. Questo non dipenderà dai tecnici, ma dall’intera società, perché nessuna tecnologia è insitamente buona o cattiva».
Da credente, invece, che elementi di novità ha trovato nella Magnifica Humanitas?
«Mi pare centrale il fatto che l’IA sia presentata come un banco di prova, che rende urgente – direi ineludibile – un allenamento che forse avevamo dismesso: quello che ci educa a restare umani».
In occasione della presentazione dell’enciclica, Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic, ha detto che il documento rappresenta «l’inizio di una lunga collaborazione». Crede che possa essere davvero un primo passo per regolare l’Intelligenza Artificiale in modo diverso?
«Non ho dubbi, anche se non sarà facile, perché esistono delle dinamiche, ben descritte dall’enciclica, che sono naturalmente portate a generare degli anticorpi nei confronti dei discorsi del papa. Sono meccanismi che i social utilizzano da tempo, definendo le bolle, connettendole e spostando gli interessi degli utenti, attraverso reti neurali molto sofisticate che vengono addestrate da
una quindicina di anni».
Sarà fondamentale il ruolo del settore pubblico, di cui parla anche il papa…
«Sicuramente dovremo scrivere delle regole. A fronte di una normativa di settore, che è relativamente più semplice e attuabile, però, c’è una normativa generale, che ha a che vedere con principi più condivisi, sulla quale si fa ancora un po’ di fatica a trovare un consenso ampio. In Europa si sta portando avanti una riflessione profonda e abbastanza organica, a differenza che negli Stati Uniti, forse perché i maggiori player privati, quando si parla di Intelligenza Artificiale, si trovano lì. La Cina, invece, ha una capacità regolatoria che deriva da un impianto statale centralista. E poi c’è tutto il resto del mondo, dove ogni Paese ha un suo approccio».
A questo proposito, papa Leone pone anche il problema delle disuguaglianze nell’accesso all’IA.
«Sì, ma non si tratta solo di disuguaglianze tra Nord e Sud del mondo. C’è un secondo livello di asimmetria, a mio avviso ancora più importante, che è quello tra chi possiede la tecnologia, e quindi la plasma e la orienta, e tra chi non la possiede. Se si ragiona da questo punto di vista, il mondo si divide tra Stati Uniti e Cina e il resto dei Paesi».
La riflessione di Leone XIV abbraccia anche la questione lavorativa. Siamo pronti ai cambiamenti che l’Intelligenza Artificiale sta generando?
«Non si è mai pronti ai cambiamenti, a maggior ragione se ci si trova di fronte ad innovazioni di questa portata. Una cosa però va detta. Finora le grandi rivoluzioni tecnologiche si sono compiute su tempi che vanno oltre la vita di un singolo individuo, rendendo l’adattamento gradualmente possibile. L’IA, invece, avrà cambiato il mercato del lavoro entro pochi anni. Le competenze acquisite da un lavoratore solo poco tempo fa possono rivelarsi inutili al giorno d’oggi. Si tratta di un grosso problema, sul quale il papa ovviamente richiama l’attenzione. Ed è forse il punto in cui certi suggerimenti e certi argini pratici sono più espliciti».
In un altro punto dell’enciclica, il papa invita a non considerare gli esseri umani solo come delle macchine perfette, perché anche le fragilità fanno parte del nostro percorso.
«Leone parla del limite come di un’occasione sulla quale scommettere, non come qualcosa da correggere. I sistemi automatici, invece, tendono a seguire il criterio dell’ottimizzazione. Si misura quanto un sistema riesca a raggiungere un determinato obiettivo e, se lo fa al 99 per cento, chi lo sviluppa lavora affinché questa percentuale raggiunga il 99,5. Ma, quando un sistema viene spinto troppo in questa direzione, rischia di diventare talmente mirato a raggiungere un obiettivo da perdere capacità di adattamento davanti alla diversità del mondo e della vita. In questi casi non solo può diventare inefficace, ma talvolta perfino dannoso. I sistemi iper-ottimizzati funzionano male perché sono troppo rigidi, perché mancano di flessibilità. Se il criterio guida è quello dell’efficienza, si rischia di perdere la capacità di generalizzare. Quando si parla di persone, invece, il limite è qualcosa di diverso: è l’evidenza che cresciamo dentro un percorso, dentro un’esperienza che si sviluppa nel tempo. Quando sbagliamo, quando ci scopriamo inadeguati o ci sentiamo stanchi, non ci stiamo trovando di fronte ad un’inefficienza da correggere, ma siamo davanti a una parte del percorso, a un’occasione di arricchimento. Chi programma l’IA lo sa benissimo. Ci troviamo di fronte a una grande occasione».
Quale?
«Quella di riscoprire cosa significa entrare in relazione. Trasmettere a chi hai davanti un’emozione –
non un semplice squilibrio biochimico, perché anche quello è riproducibile dalle macchine – non è sicuramente appannaggio dell’IA, che ci porta a chiederci una volta di più, andando ancora più in profondità, che cosa voglia dire veramente essere umani».