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Da New York, New York a Moon River, passando per Over the ranbow: I hate musicals… but I like to sing them! (che nel titolo cita Bernstein) è il nuovo disco del soprano Maria Cecilia Marinelli, cantante lirica con una passione a 360° per la musica. Un viaggio emozionante, per voce e quartetto d’archi, in un genere che viene rivissuto in modo originale, trovando una propria chiave interpretativa, ma al contempo con grande rispetto.
Come nasce il progetto sul musical?
«Dopo tanti anni di musica dal vivo, come è normale per il genere operistico, mi sono trovata in questa nuova avventura nel mondo delle incisioni: qualcosa di completamente nuovo, perché quando si canta davanti a un pubblico è “buona la prima”, mentre quando si registra un album è un lavoro completamente diverso. È stata veramente un’esperienza molto bella, perché si tratta di curare un’idea e portarla attraverso tutte le varie fasi che il progetto discografico presenta».
Il disco è stato registrato nel Teatro Filodrammatici, il più antico di Cremona.
«Tutto è nato dal mio recente trasferimento a Cremona, la città per eccellenza della liuteria, degli strumenti ad arco, e ho pensato proprio di unire questa tradizione musicale con repertori che di solito non ne fanno parte e che in qualche modo erano i repertori che non avevo mai potuto veramente cantare, sebbene il mio primo ruolo da protagonista sia stato quello di Maria in West side story di Bernstein… che tuttavia è una formula ibrida, se vogliamo, infatti Bernstein stesso sceglie dei cantanti lirici per la sua incisione e comunque la tessitura porta verso quella direzione. Comunque sia, il musical è sempre stato una mia passione e, ovviamente, è difficile cantare il musical se l’impostazione è lirica. È il primo di una serie di progetti e ci tenevo che fosse dedicato a questa mia grande passione. La sfida era quella di esplorare il musical in tutte le sue sfumature, dal repertorio più vicino al lirico, come il già citato West side story, a Cabaret, per esempio, dove viene utilizzata una vocalità pop. Avevo sentito anche altre registrazioni fatte da cantante liriche, però erano tutte rese molto “operistiche”, invece qui io ho cercato di mettere la mia voce al servizio dei repertori e di essere più vicina possibile allo stile richiesto».
Leggendo alcuni titoli vengono in mente anche le versioni iconiche di Judy Garland, Liza Minnelli, Julie Andrews e Barbra Streisand: come ha trovato la sua chiave di interpretazione?
«Le voci che ha citato sono quelle con cui sono cresciuta, i miei idoli dell’adolescenza, quei brani li ascoltavo e li conoscevo da tanti anni, però ho voluto fare un’operazione diversa: ho lavorato direttamente sugli spartiti originali, scoprendo che a volte erano ben diversi da quelle versioni, perché ogni interprete ci mette molto di suo. Così ho fatto anch’io, partendo dalle note originali e cercando delle idee nuove, ovviamente sapendo che avevo a disposizione quattro strumenti ad arco, l’incredibile Quartetto Archimia, e non un’orchestra intera, altro aspetto che ha fatto la differenza. Devo ringraziare poi molto l’arrangiatore, H. Raúl Domínguez, un maestro argentino con 60 anni di carriera alle spalle, che ha saputo mettere in musica tutte le mie idee».
Ci saranno delle date dal vivo?
«Il disco fa parte di una serie, non è un’opera singola, e tutta la collana è intesa come “studio album”, quindi non abbiamo pensato a concerti né tour. Per ora siamo focalizzati sulla realizzazione del progetto nella sua interezza, ma è possibile che più avanti ci saranno magari delle occasioni per farlo ascoltare».
Il suo rapporto con Padova?
«Ho vissuto a Padova per 15 anni, ho studiato al conservatorio Pollini, dove ho realizzato anche tante cose belle, e sono molto legata al luogo anche perché metà della mia famiglia è veneta, mentre l’altra metà marchigiana. A Padova non ho solo studiato, ma ho anche insegnato in tante scuole e tenuto molti concerti e progetti musicali, quindi sicuramente c’è un legame forte».
«L’altra novità di questo progetto è quella dei formati immersivi. Ho avuto il piacere di ascoltare il disco con una tecnologia adeguata: sembra di essere in una sala da concerto con intorno gli strumenti e la voce: l’ascolto non è più orizzontale, su due canali, ma è sferico. è un’intenzionalità smarrita: lo streaming è una modalità più distratta, veloce, si passa da una cosa all’altra senza criterio e il concetto di album si perde a favore dei vari singoli».