Mediterraneo. La tempesta perfetta: il ciclone Henry e il muro dell’Europa
Il mare restituisce i corpi delle vittime delle traversate partite dalla Libia mentre il ciclone Henry si abbatte sul Mediterraneo. Non una fatalità, ma l’esito di scelte politiche che chiudono le vie legali, esternalizzano le frontiere e consegnano i migranti ai trafficanti
Some migrants are taken in dinghies to be boarded on the Galaxy ferry which will head towards Porto Empedocle in island of Lampedusa, southern Italy, 15 September 2023.
A record number of migrants and refugees have arrived on the Italian island of Lampedusa in recent days. Lampedusa's city council declared a state of emergency on 13 September evening after a 48-hour continuous influx of migrants. In the morning of September 14, nearly 7,000 migrants were on the island.
ANSA/CIRO FUSCO
La tempesta perfetta è quella che semina distruzione oltre ogni immaginazione, quella che nessuno avrebbe mai voluto vedere. Quella che abbiamo vissuto, poche settimane fa, è stata l’incarnazione più crudele di questo incubo: una convergenza spietata di eventi che ha dipinto lo scenario peggiore, come se il destino avesse deciso di chiudere ogni porta alla speranza. Il ciclone Henry si è abbattuto sul cuore del Mediterraneo con una furia cieca, flagellando le nostre coste meridionali. Abbiamo visto allagamenti, strade divorate dall’acqua, paesi feriti. Ma ciò che accadeva lontano dagli occhi, nel ventre gonfio del mare, è rimasto sospeso nel silenzio. Fino a ieri. Poi il mare ha cominciato a restituire ciò che aveva inghiottito. E quello che tanti avevano denunciato, gridando nel vuoto, nell’indifferenza generale, oggi si mostra davanti a noi con tutta la sua devastante verità. Corpi senza vita, trascinati dalle correnti come foglie, stanno arrivando sulle nostre spiagge. A San Vito Lo Capo, a Tropea, a Scalea, a Paola. Luoghi di sole, di vacanza, di bellezza, trasformati all’improvviso in teatri di un dolore antico e sempre nuovo. Sono i resti di una tragedia immane. Centinaia di vite spezzate, persone che i trafficanti di morte hanno caricato su nove imbarcazioni, poche ore prima che l’inferno si scatenasse. Li hanno spinti in mare, nella notte, con la promessa bugiarda di una salvezza. Loro avevano già attraversato l’inferno libico, avevano negli occhi la paura, nei corpi la fatica, nei cuori un unico, disperato desiderio: arrivare. Ad aspettarli, però, non c’era l’Europa. Non c’era un porto sicuro, un futuro, un abbraccio. C’era Henry, con la sua furia, con le sue onde immense, con il suo vento capace di cancellare ogni cosa, anche il sogno più tenace di una vita migliore.
Il dolore davanti a quei corpi restituiti dal mare non può, non deve, trasformarsi però in una rassegnazione impotente. Sarebbe il secondo tradimento.
Non possiamo permetterci di chiudere gli occhi, liquidando tutto come l’ennesima, terribile fatalità, perché non è stata la fatalità! È stata una scelta. Certo, la furia di Henry ha infierito, ma la tempesta perfetta non è stata solo quella meteorologica. La tempesta perfetta è fatta di indifferenza, di accordi presi nell’ombra, di porte sbarrate prima ancora che qualcuno bussi. Ma perché queste persone si trovavano in Libia, in quell’inferno in terra? Perché fuggivano da guerre, violenze e disperazione che noi, in gran parte, abbiamo contribuito a creare o alimentato con i nostri commerci e le nostre politiche di destabilizzazione. Perché sono state costrette a mettersi nelle mani dei trafficanti? Perché abbiamo reso impossibile ogni via legale e sicura per chiedere asilo. Abbiamo trasformato il Mediterraneo nell’immenso cimitero che è oggi, l’unica strada percorribile per chi cerca solo di sopravvivere. E, infine, la domanda che brucia: perché l’Italia e l’Europa continuano a stringere accordi con quei paesi, con quelle stesse milizie, con quegli stessi aguzzini che gestiscono il traffico di esseri umani? Lo facciamo per arginare il fenomeno, ci dicono, per fermare le partenze. Ma la verità è che in questo modo abbiamo esternalizzato le nostre frontiere, abbiamo delegato la violenza, abbiamo pagato perché altri facessero il lavoro sporco al nostro posto. Abbiamo chiuso un occhio (o tutti e due) su quello che succede in quei centri di detenzione, su quelle torture, su quelle violenze inaudite. E il risultato è lì, inerme sulla sabbia. Non possiamo più voltarci dall’altra parte. La responsabilità è nostra, è delle nostre coscienze, è delle scelte politiche che tolleriamo in nostro nome. Ne sono testimonianza gli ultimi provvedimenti adottati dal Governo italiano sul controllo dei confini marittimi e terrestri che spingeranno le rotte dei migranti su percorsi sempre più pericolosi, sempre più nelle mani dei trafficanti, moltiplicando i rischi e, sciaguratamente, i morti.
E poi c’è il Patto europeo su migrazione e asilo. Un nome che suona quasi come una beffa, perché quel Patto, nella sua anima più vera, promuove la cosiddetta “dimensione esterna” delle migrazioni.
Una formula asettica, burocratica, per dire una cosa molto semplice: spostiamo il problema fuori dai nostri confini, paghiamo paesi terzi, spesso regimi autoritari e violenti, affinché fermino le partenze, delegando loro il controllo e la gestione della disperazione. E il risultato è sempre lo stesso: l’inferno diventa più lontano dai nostri occhi, e quindi più facile da ignorare. È questa la vera tempesta perfetta. Quella in cui la furia della natura si è tragicamente intrecciata con la freddezza calcolata della politica. Quella in cui un ciclone chiamato Henry ha incontrato un muro di burocrazia e indifferenza chiamato Europa.