Fatti
Meno terreno da coltivare, alto rischio alimentare e altrettanto alto spreco di cibo. L’assurdità vissuta ogni giorno dalla produzione agroalimentare italiana (e non solo), può anche essere riassunta entro questi tre termini: da un parte diminuisce la superficie agricola coltivata, dall’altra continuano ad esserci troppe persone che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena e, dall’altra ancora, c’è ancora una scarsa attenzione al buon uso e alla buona conservazione del cibo. Si tratta di condizioni che devono far pensare su quanta strada è necessario ancora compiere tutti – persone e istituzioni, imprese e mercati – per arrivare ad un equilibrio alimentare sempre più necessario.
L’Italia, dunque, perde ancora terreno da coltivare. Lo ha fatto notare Coldiretti in occasione dell’Earth Overshoot Day che quest’anno è caduto il 3 maggio scorso: il giorno in cui nel nostro Paese si sono esaurite le risorse rinnovabili per il 2026. Da qui in avanti, si consuma solamente senza rinnovare quanto consumato. Oltre a questo, sempre secondo quanto rilevato dai coltivatori, in Italia scompaiono attualmente 23 ettari al giorno di terreni che possono essere adibiti alla produzione alimentare. Detto ancora in numeri, ciò significa che se nel 1970 la superficie agricola totale era pari a più di 250mila km quadrati (l’83% dell’intera superficie), oggi la stessa disponibilità è pari a 165mila km quadrati (il 55% del totale). Un dato certo che indica una serie di conseguenze: se ci sono meno campi c’è meno produzione alimentare e, per soddisfare le esigenze che comunque la popolazione continua ad avere, si deve ricorrere a maggiori importazioni (tenendo conto che l’Earth Overshoot Day scatta ogni anno per tutti i Paesi al mondo seppure in giorni diversi), con tutto quello che ne può conseguire in termini di economia e di sicurezza alimentare. E non solo. Avere meno terra coltivabile e coltivata, significa anche rinunciare a quella naturale regolazione delle acque che l’agricoltura consegue, oltre che alla biodiversità che, senza clamore, contribuisce al miglioramento dell’ambiente e della stessa produzione alimentare.
Detto in sintesi, l’Earth Overshoot Day indica quanto ogni anno la terra si impoverisce. E quanto questo fatto pesa su tutti noi. Ad iniziare da chi già oggi fatica ad avere una alimentazione corretta. E non occorre andare nei Paesi in via di sviluppo per capirlo. Qualche anno fa il Centro studi di Confcooperative aveva parlato di una “Pasqua delle differenze e delle contraddizioni”. Era stato infatti calcolato in circa 10 milioni il numero di italiani in povertà accanto ad altri 10 milioni che, invece, potevano permettersi viaggi e benessere. C’è da pensare che il dato oggi non sia molto diverso. A questo, poi, si affiancano recenti indicazioni Istat che parlano di oltre 1,3 milioni di minori (13,8%) vivono in povertà assoluta, con un rischio crescente di insicurezza alimentare che colpisce quasi il 5% di loro, in particolare nel Mezzogiorno.
Diminuiscono, quindi, le possibilità di produrre cibo, e rimane altissimo il numero di persone che hanno difficoltà ad alimentarsi. Adoperare meglio il cibo che si ha, parrebbe una delle strade da intraprendere con decisione. Ma, sempre in Italia (e non solo), accade il contrario. Sempre Coldiretti ha fatto notare (basandosi sulle indicazioni dell’ultimo rapporto Waste Watcher), che gli italiani sprecano circa 1,7 miliardi di chili di cibo all’anno. Disattenzione deleteria, quella di tutti noi. E sono proprio gli alimenti freschi a subire le conseguenze di questo atteggiamento. La frutta, infatti, è l’alimento più sprecato in Italia, con quasi 1,2 chili a testa che finiscono nella pattumiera in un anno – dice ancora Coldiretti – seguita da verdure, pane, insalata, cipolle e tuberi.
Ma quindi che fare? Forse è necessario ricominciare dalle basi della buona convivenza. Riprendere insegnamenti come quelli della parsimonia e dell’attenzione a non sprecare, dell’accoglienza e della condivisione, del rispetto per chi ha meno oltre che per l’ambiente.