I colori della commedia: brillante, sentimentale, nera e grottesca. In sala due titoli che ne esplorano territori. Anzitutto il danese “Mio fratello è un vichingo” di Anders Thomas Jensen con Mads Mikkelsen e Nikolaj Lie Kass, film che mette a tema il rapporto (irrisolto) tra due fratelli: il primo è un ladro seriale, il secondo con una disabilità mentale è convinto di essere John Lennon. Una proposta originale e acuta, segnata da eccessi. In sala anche “Il Dio dell’Amore” di Francesco Lagi con Vanessa Scalera, Vinicio Marchioni e Isabella Ragonese. Amori, coppie, tradimenti e nuovi battiti di cuore in un’opera che rimanda al cinema francese, striata di dolce malinconia ma anche furbizie narrative.
“Mio fratello è un vichingo. The Last Viking” (Cinema, 26 marzo)
Tra crime-poliziesco, dramma familiare e commedia nero-grottesca. È il caleidoscopio di generi e sfumature narrative del nuovo film del regista-sceneggiatore danese Anders Thomas Jensen, “Mio fratello è un vichingo. The Last Viking”, presentato fuori Concorso all’82a Mostra del Cinema della Biennale di Venezia (2025) e nelle sale dal 26 marzo con Plaion Pictures. Protagonisti gli ottimi Mads Mikkelsen e Nikolaj Lie Kaas, affiancati da Sofie Gråbøl, Bodil Jørgensen e Lars Brygmann.
La storia. Danimarca, oggi. Anker è un cinquantenne appena uscito di prigione, dopo aver scontato una condanna di 15 anni per rapina. Si reca subito nella casa di famiglia per parlare con il fratello Manfred, cui aveva affidato il bottino della rapina. Manfred, che ha una disabilità mentale, sulle prime si dimostra poco collaborativo, convinto di essere John Lennon e infastidito che nessuno gli creda. I due partono per un viaggio on the road in cerca dei soldi scomparsi e, al contempo, provando a riparare il loro rapporto segnato da silenzi e distanze. Un viaggio tallonato però anche da criminali, gli ex soci di Anker…
Jensen, Premio Oscar nel 1999, noto per il film “Le mele di Adamo” (2005) e soprattutto come fine sceneggiatore di Susanne Bier (ha scritto i copioni di “Dopo il matrimonio” e “In un mondo migliore”), torna al cinema con un’opera acuta, dall’umorismo nero e pungente. “Mio fratello è un vichingo. The Last Viking” conferma, infatti, tutta la sua tipica vis stilistico-narrativa, che mescola più generi, tra efficacia ed eccesso, per arrivare a raccontare il rapporto tra due fratelli, che provano a ritrovare la via del dialogo e della fiducia dopo anni di distanze, sotto il peso di cicatrici familiari che rimandano alla stagione dell’infanzia.
Forte dell’interpretazione sorprendente ed esilarante di Mads Mikkelsen, il racconto procede in maniera originale, tempestato però da sterzate nel grottesco. Così la delicatezza di alcuni temi, in particolare relazioni familiari e disabilità – qui declinata in chiave più macchiettistica che come sguardo di senso –, viene “shakerata” in un cocktail singolare, dolceamaro e sovraccarico tra eccessi e lampi di violenza. Una commedia acuta, nera, per un pubblico adulto. Complesso, problematico-brillante.
“Il Dio dell’Amore” (Cinema, 26 marzo)
L’ispirazione è il poeta romano Ovidio, un Ovidio però che si ritrova a percorrere le vie della Roma di oggi e a riflettere sulle relazioni sentimentali nella nostra contemporaneità, tra crisi di coppia, genitorialità, tradimenti e nuovi amori. È “Il Dio dell’Amore”, film diretto da Francesco Lagi – tra i suoi titoli “Il pataffio” (2022) e la serie Sky “Un amore” (2024) –, su copione dello stesso Lagi e di Enrico Audenino, presentato in anteprima al Bif&st – Bari International Film&Tv Festival (2026). Protagonisti Vanessa Scalera, Isabella Ragonese, Vinicio Marchioni, Francesco Colella, Corrado Fortuna, Benedetta Cimatti, Anna Bellato, Enrico Borello e Chiara Ferrara. Una produzione Cattleya, Bartlebyfilm e Vision Distribution.
La storia. Roma oggi, il poeta latino Ovidio osserva da vicino la coppia formata da Ada e Filippo, lei giornalista e lui scultore, che dopo tanti anni insieme finalmente aspettano il primo figlio. Un evento che si ricollega e ha ripercussioni su altre coppie: quella di Arianna ed Ester, lei medico e l’altra psicoterapeuta, con un rapporto in stallo; quella di Linda e Pietro, maestra lei e musicista lui, genitore di uno degli allievi della donna; e ancora, due giovani cercatori d’amore, Silvia e Jacopo, rispettivamente studentessa e conducente di autobus, appena lasciati e incapaci di reagire…
“L’idea era quella di dar vita a un film romantico – racconta il regista – che parlasse del nostro modo di stare al mondo e di come le nostre relazioni ci rendano parte di (…) una tessitura infinitamente più ampia del nostro sguardo, di cui non conosciamo i confini o il perimetro”.
Francesco Lagi tratteggia una commedia romantica dal respiro corale, una polaroid dei rapporti sentimentali del nostro presente, abitati da luci e chiaroscuri, da verità, segreti e bugie. Lo stile di racconto è ricercato e lieve, marcato da dolce malinconia. A livello tematico-narrativo il copione è strutturato in maniera brillante ma anche un po’ furba: descrive e appiattisce i legami soprattutto come instabili, insinceri e fluidi, strizzando l’occhio a soluzioni da politicamente corretto. Una riflessione sull’amore, sulla relazione di coppia, che risulta gradevole per stile di racconto, con rimandi al cinema francese, valida soprattutto per gli interpreti, che però convince meno per il copione, non proprio originale o adeguatamente approfondito. Una commedia che si direzione verso un pubblico adulto. Complesso, brillante.