Chiesa | In dialogo con la Parola
In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: “Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.
Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».
L’immagine della vigna che ci ha accompagnati per tre domeniche lascia spazio a quella del banchetto. Quanto è stata importante e determinante la dimensione del banchetto e della convivialità nella vita e nel ministero di Gesù: il luogo dell’incontro, della condivisione, del dialogo libero, delle conversioni insperate, della fraternità intima. L’icona del banchetto è già presente nel profeta Isaia, come si legge nella prima lettura della liturgia di questa domenica: infatti, il profeta usa questa immagine per parlare di un banchetto preparato e offerto da Dio per tutte le nazioni del mondo, per indicare che la nuova Alleanza non sarà stabilita tanto in base alla razza o all’appartenenza, quanto sulla gratuità dell’amore di Dio verso tutti i suoi figli. Nel Vangelo, Gesù riprende questa immagine del banchetto con l’invito che viene fatto rivelando, un Dio che si coinvolge nella vita delle persone e desidera la loro felicità, donando la sua amicizia. È un Dio che ci invita a un’esistenza “conviviale” con Lui, a sentirci suoi commensali. Partecipare a questo banchetto significa allora sperimentare dimensioni importanti e affascinanti come la condivisione, l’empatia, la reciprocità nelle relazioni, la giustizia: tutte dimensioni che danno valore e pienezza alla vita. Dio desidera che la nostra vita abbia i colori della gioia e della condivisione, una gioia dalla quale nessuno si senta escluso.
Le due parabole, proprio per questo, ci indicano due condizioni necessarie per partecipare pienamente alla festa. La prima è quella di accettare l’invito. La seconda è quella di avere l’abito giusto. Iniziamo a riflettere sulla prima condizione. La prima parabola vuole sottolineare che il re (il Signore) desidera far festa e ha come unico obiettivo che la sala si riempia. Dinanzi all’invito dei servi (i profeti), i primi invitati (i giudei osservanti) si autoescludono; i secondi declinano l’invito perché occupati dai loro interessi e perché ragionano secondo la loro convenienza. Altri ancora non solo rifiutano, ma insultano e uccidono alcuni servi (e ancora una volta Gesù sta narrando la storia del popolo d’Israele). Eppure, il re non si scoraggia, ma manda i suoi servi «ai crocicchi delle strade» per chiamare tutti quelli che troveranno. Per “crocicchi” non si intendevano gli incroci, ma i punti dove la strada urbana finiva e iniziavano i sentieri fuori delle mura. Sembra un insignificante dettaglio letterario, eppure esprime quello che Gesù vuole comunicare: lì dove finisce la strada della città, dove partono i sentieri che si aprono in varie direzioni e si vede l’orizzonte aperto, proprio lì Dio ci raggiunge, ci invita alla sua festa e alla condivisione della sua vita e della sua gioia. E lì, ai confini e nella periferia, vi sono persone (emarginate, scomunicate e disprezzate) che non hanno affari e interessi né sono mosse dalla logica della convenienza, ma sono libere nell’accogliere l’invito. Ciò che è determinante nel nostro rapporto con Dio è la consapevolezza che la libertà è sempre garantita. Il suo invito è un rischio che si prende con la sua umanità, perché la sala può rimanere anche vuota. Questo è infatti il rischio di ogni relazione: se cogliamo la bontà dell’invito, il desiderio di condividere la gioia, la gratuità di un’adesione libera, allora potremo gustare la festa. Questo ci aiuta a riflettere sulle nostre proposte, sulle nostre iniziative, sulle frustrazioni che spesso viviamo per i “no” o per le sale vuote. Sappiamo andare ai crocicchi, proviamo altre strade perché la sala sia riempita per far sperimentare ad altri la gratuità e la gioia dell’amore?
La seconda parabola, invece, ci aiuta a riflettere sull’altro aspetto: se è vero che c’è un invito libero rivolto a tutti, è altrettanto vero che è necessario avere l’abito giusto. L’abito, nel nostro contesto culturale fortemente caratterizzato dall’immagine, dalla forma e dalla moda, richiama qualcosa di esteriore. Nella tradizione biblica, invece, la veste indicava una qualità e una disposizione profonda del cuore, qualcosa di interiore. Per questo, nella parabola, quando si parla di avere l’abito giusto per partecipare alla festa del Regno, si fa riferimento alla necessità della conversione, del cambiamento di mentalità, verificabile concretamente nelle azioni e nei comportamenti. Indossare l’abito giusto significa, perciò, assumere comportamenti esteriori e visibili che riflettono esattamente quello che si vive interiormente. Ne consegue che l’indossare la veste nuziale richiede la capacità di deporre il vecchio modo di pensare e di vivere per assumerne uno nuovo; significa compiere un percorso personale che ci fa essere veri e autentici.
Non è un percorso facile: proprio per questo, il posto alla festa non è garantito né scontato per nessuno. Matteo, in questo testo evangelico, mette in guardia la gente del suo tempo e anche noi da una presunzione rischiosa, cioè di essere sicuri di far parte del banchetto: per questo, non è sufficiente far parte della Chiesa, essere battezzati, partecipare alla messa. Determinanti sono i valori, le motivazioni, l’atteggiamento e la mentalità con cui aderiamo e viviamo. È necessario chiederci se siamo unicamente concentrati sulle azioni esteriori oppure stiamo cercando di essere interiormente più autentici e credibili. Questo Vangelo, dunque, ci apre un orizzonte esigente di oneste consapevolezze. Ci auguriamo che nella libertà e nella verità riusciamo a cogliere la bontà dell’invito, aderiamo con libertà e partecipiamo alla gioia e alla festa che Dio prepara per noi, con l’atteggiamento adatto e con l’abito nuziale!