Idee
Le cronache di guerra raccontano ogni giorno di stormi di droni che con il loro carico di morte solcano silenziosi i cieli e giunti sopra le città le sconvolgono. Un silenzio lugubre precede il frastuono delle esplosioni, le urla di dolore delle vittime, le imprecazioni di chi non è riuscito a fermarli.
È una tragedia sconvolgente e sconfortante sia per la sua inarrestabilità sia per l’assuefazione e la rassegnazione provocate nell’opinione pubblica dal continuo ripetersi di questi attacchi rendendola impotente e impedendole di vedere nel cielo qualcosa d’altro, qualcosa di alternativo alla scia di morte.
Ci sono due notizie apparse nei primi giorni dell’anno a consentire di alzare gli occhi per vedere altro: la prima è quella degli “Angeli sociali” che sono nel cielo di Roma e la seconda riguarda il progresso dei programmi spaziali della vecchia Europa.
Notizie totalmente diverse ma che hanno in comune il cielo inteso non come spazio di morte ma come spazio di vita, di dialogo, di ricerca.
Gli “Angeli sociali” che per ora si stanno attivando in un angolo del cielo romano sono volontari e volontarie che intendono essere accanto ai cittadini più fragili per aiutarli a orientarsi nel labirinto della burocrazia che spesso impedisce il rispetto di loro diritti.
Gli angeli sono costruttori di ponti tra la terra e il cielo.
La seconda notizia riguarda i programmi spaziali dell’Unione europea che stanno avanzando più di quelli degli Usa. C’è la componente umana nella ricerca scientifica europea a porsi come alternativa a una visione colonialista e c’è una componente democratica a opporsi alla preoccupante deriva dell’uomo solo al comando anche nello spazio perché è il più ricco e il più armato.
“Il 2026 – scrive Davide Re su Avvenire del 7 gennaio – ci consegna una nuova gerarchia spaziale. Se la pressione di Trump spinge il settore privato americano verso traguardi record ma rischiosi, l’ Esa (Agenzia spaziale europea) dimostra che l’autonomia tecnologica e il rigore scientifico restano le chiavi per una presenza umana nello spazio che non sia solo spettacolare ma permanente e sostenibile. Oltre che certificare un altro passo avanti dell’Europa verso una autonomia che spaventa chi da un punto di vista geopolitico ha altre visioni”.
Due notizie tra loro lontane, tuttavia, entrambe fanno riferimento al cielo come luogo di pace e non di guerra, di bellezza e non di mostruosità. Notizie che come altre non dovrebbero sfuggire a coloro che oltre ai titoli armati delle prime pagine cercano titoli disarmati.
Notizie fragili che ma tutt’altro che consolatore di fronte alle tragedie. Non sono buone notizie che bilanciano quella cattive. Chiedono piuttosto di andare controcorrente, di prendere atto che ci sono uomini e donne che con le loro scelte quotidiane formano quelle scie di umanità di umanità che consentono di vedere il cielo come uno spazio di incontro e di ricerca per il bene di tutti, non lo spazio di uno scontro provocato da quanti sono malati di delirio di onnipotenza.