Idee | Lettera.D
Il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, entrato in vigore il 12 giugno, non è un provvedimento singolo (sono nove regolamenti e una direttiva, per un totale di quasi mille pagine), ma un’ambiziosa iniziativa politica, che vorrebbe porre le basi di una azione europea comune intorno a un dossier, quello della gestione delle migrazioni, che finora è stato gelosamente gestito dai singoli Paesi membri dell’Unione. Ma più che una scelta di intervento organico sulle politiche migratorie, è soprattutto una risposta alle pressioni (di una parte) della pubblica opinione e delle forze politiche che la rappresentano e che maggiormente utilizzano le migrazioni come argomento di dibattito politico.
Un primo aspetto riguarda gli accertamenti all’ingresso, qualificati come «rigorosi». Prevedono un fermo di massimo sette giorni (tre per le persone individuate non alla frontiera, ma all’interno del Paese: il che può far presupporre operazioni per individuarli nelle nostre città) nel corso dei quali si provvederà alla raccolta dei dati biometrici per il sistema Eurodac (impronte digitali, biometria della retina per il riconoscimento facciale, screening sanitario, ma anche copia dei documenti). La raccolta di questi dati avrà come effetto che quel dato richiedente asilo dovrà essere “gestito” sempre e obbligatoriamente dal Paese di primo approdo, rendendo più difficili e comunque reversibili i movimenti secondari verso altri Paesi. A seguito di questo primo esame si dovrebbe decidere se avviare le persone alla procedura rapida di analisi delle richieste di asilo (detta procedura di frontiera, di cui parleremo tra poco), alla procedura ordinaria, o rimpatriarli. Solo che di fatto non cambia nulla rispetto al passato, perché il problema non è solo la definizione del diritto all’ingresso, ma il rimpatrio se non lo si ha. E questo – anche prescindendo da qualsiasi valutazione etica – non basta dirlo: presuppone accordi di rimpatrio che ancora non ci sono. Il rischio, dunque, è che paradossalmente questa norma produca ancora più irregolari presenti sul territorio.
Dopodiché si verrà avviati alle procedure di frontiera, o rapide, che devono durare un massimo di dodici settimane (tre mesi). Queste procedure si applicano obbligatoriamente a chi costituisce minaccia per l’integrità nazionale, a chi proviene da Paesi con un tasso di riconoscimento inferiore al 20 per cento, o a chi induce in errore le autorità: criterio come si vede vaghissimo, che può applicarsi alle fattispecie più disparate (anche tenendo in conto la barriera linguistica, basta una informazione anche involontariamente errata per configurare questa ipotesi). Lo scopo evidente è cercare di esaminare il massimo possibile di domande con procedura accelerata, e usare quella ordinaria solo per i casi residuali. Le dodici settimane di cui sopra includono la decisione e l’eventuale appello: e possiamo immaginare dalle tempistiche con quale scrupolo sarà seguito il contenzioso. Chi non avrà il diritto a restare dovrà essere rimpatriato entro 24 settimane (sei mesi), con obbligo di dimora in un luogo specifico, che se disatteso produrrà decadenza della domanda. E qui si riavvia il meccanismo sui rimpatri di cui sopra, con le relative impasse.
La redistribuzione tra Paesi tanto decantata, per diminuire la pressione sui Paesi di confine della Ue, di fatto non si vede. La ricollocazione non è obbligatoria, può essere sostituita da un contributo finanziario, e già due Paesi – altri potrebbero aggiungersi – hanno dichiarato che non la rispetteranno comunque. Rispetto al passato, cambia assai poco.
Se la pressione migratoria fosse eccessiva su un Paese, si potrà attivare il «regolamento crisi», che consente di aumentare ulteriormente la discrezionalità accelerando l’esame, sempre più sommario, delle domande. Ma, come visto, senza solidarietà obbligata degli altri Paesi: e, anzi, la stretta sui movimenti secondari ricadrà proprio sui Paesi già ora più esposti, come l’Italia.
Con il regolamento rimpatri, votato da uno schieramento anomalo – che di fatto prefigura una diversa maggioranza politica a sostegno della Commissione – di popolari e estrema destra, al grido dello slogan «Send them back» (mandateli indietro), è stata introdotta la possibilità di “cessione” di richiedenti a Paesi terzi extra Ue. Infondabile e ingiustificabile sul piano del diritto internazionale, sostanzialmente inapplicabile e comunque estremamente costosa, anche immorale, per quello che vale (come se noi facessimo domanda di ingresso in Usa e ci rispedissero in Nepal: e poi, oltre tutto?), fortissimamente criticata ad esempio da Macron. Sembra la legittimazione dei centri in Albania, ma di fatto dovranno essere rinegoziati tutti gli accordi sulla base delle nuove norme, e non è detto. Come altre cose, finirà probabilmente in un nulla di fatto, ma potrà essere venduto come un successo in campagna elettorale, dai partiti che l’hanno votato.
In tutto questo, quello che manca è proprio la parte più importante: la gestione di flussi regolari di migranti economici, di cui invece abbiamo bisogno, pena la chiusura stessa delle nostre aziende, di molte attività economiche in agricoltura e nei servizi, nonché del lavoro domestico e di cura, e un danno economico e previdenziale che pagheranno le ultime generazioni, già penalizzate rispetto a chi le precede. Di tutto questo, infatti (anche nei commenti, e non a caso), non c’è praticamente traccia.