Ostensione di san Francesco. Mons. Accrocca: “Assisi è tra Kiev e Gaza, la lezione di Francesco sia un ponte per la pace”
"Il fascino di Francesco sta tutto lì, nel Vangelo che lui traduce in un modo così originale, così radicale". Mons. Felice Accrocca, arcivescovo-vescovo nominato di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e Foligno, riflette sull'ostensione delle spoglie del Poverello che richiama pellegrini da tutto il mondo, sul difficile passaggio dalla devozione alla sequela e sul significato di pace che Assisi offre in un tempo segnato dalla guerra
“Vorrei che la sua lezione diventasse oggi un ponte per nuovi patti di pace, perché quello a cui stiamo assistendo è vergognoso”. Mons. Felice Accrocca, arcivescovo metropolita di Benevento e vescovo eletto di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, farà il suo ingresso nella cattedrale di San Rufino il 25 marzo. Tra i maggiori studiosi delle fonti francescane medievali, giunge ad Assisi nell’anno dell’ottavo centenario del transito di san Francesco, mentre l’ostensione delle spoglie – la prima nella storia, dal 22 febbraio al 22 marzo – richiama pellegrini da molti Paesi.
Eccellenza, l’ostensione delle spoglie di san Francesco sta richiamando ad Assisi pellegrini da tutto il mondo. Che cosa rappresentano queste reliquie? Ricordano un’esperienza di vita cristiana: altrimenti non avrebbe senso andare a contemplare delle ossa. È come quando si visita il sepolcro di una persona cara: lì si ricorda la sua vita, i legami che ci univano a lei, quanto si è ricevuto.
Di fronte a quelle ossa riemerge un’esperienza che, dopo ottocento anni, continua ad affascinare. Altre ossa non avrebbero attirato così.
È un dato che colpisce, in un’epoca in cui tutto viene consumato e dimenticato nel giro di ventiquattr’ore.
Di Francesco non si colgono aspetti sensazionali come di altri santi. Dove risiede il suo fascino duraturo? Ha le stimmate, compie miracoli, eppure non è questo che l’immaginario collettivo cerca in lui. Di lui si nota l’uomo che ha vissuto il Vangelo. Il fascino di Francesco sta tutto lì, nel Vangelo che egli traduce in modo originale e radicale. Il corpo, il sepolcro, sono la calamita di Assisi, intorno a cui la città si costruisce come a raggiera. È questo che spiega il fenomeno a cui stiamo assistendo.
È però difficile passare dalla devozione alla sequela concreta. È il passaggio più arduo. Spesso ci si rifugia nella devozione perché ci fa sentire a posto: qualche genuflessione, qualche celebrazione, qualche digiuno, e sembra di aver fatto tutto. Ma vivere il Vangelo è tutt’altra cosa.
La tentazione ricorrente è costruirsi un Dio a misura d’uomo, mentre il Vangelo propone l’itinerario inverso: un uomo a misura di Dio.
Francesco ha percorso quell’itinerario fino in fondo, e per questo non smette di attrarre.
L’ostensione e l’ottavo centenario
L’ostensione delle spoglie di san Francesco, dal 22 febbraio al 22 marzo 2026, è la prima esposizione pubblica e prolungata nella storia del Santo. L’iniziativa si inserisce nel percorso di preparazione all’ottavo centenario del transito (1226-2026), che culminerà il 3 ottobre con le celebrazioni solenni ad Assisi.
Eccellenza, lei entrerà ad Assisi il 25 marzo, nella Solennità dell’Annunciazione. Come ha accolto questa nomina? Con un senso profondo di responsabilità. La mia nomina è avvenuta in coincidenza con l’apertura delle celebrazioni per l’ottavo centenario del transito di san Francesco, in un anno carico di significati. Mi avvicino con timore e tremore. È una sfida grande e confido proprio in lui. Conosco le mie fragilità e i miei limiti. Siamo nelle mani di Dio, che sa quello che fa. Ho amato Francesco come studioso, ed è diventato per me anche una ragione di vita, una spiritualità. Confido che sappia sostenermi e guidarmi.
Assisi dista poco più di 2000 chilometri sia da Kiev che da Gaza. Quale messaggio di Francesco vuole consegnare in questo tempo di guerra? Francesco è stato anzitutto un operatore di pace. Lo dice lui stesso nel Testamento: “Il Signore mi rivelò che dovessi dire: il Signore ti dia pace”. Lui e i suoi si presentavano ovunque come pellegrini di pace. Ce lo testimonia Tommaso da Spalato, che lo vide predicare a Bologna il 15 agosto 1222: racconta che tutta la sostanza delle sue parole mirava a costruire nuovi patti di pace.
Portava un abito sudicio, la persona era spregevole, la faccia senza bellezza. Eppure, per la forza che Dio diede alle sue parole, molte famiglie cittadine tra le quali era scorso tanto sangue furono piegate a fare pace.
Quello che Francesco fa a Bologna, in quel giorno, è abbattere i muri e costruire ponti. Vorrei che la sua lezione diventasse oggi un ponte per nuovi patti di pace, perché quello a cui stiamo assistendo è vergognoso.