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Centinaia di persone hanno riempito Villa Cesarotti a Selvazzano Dentro e la sua barchessa per la tappa veneta del Premio Strega, giunto quest’anno alla sua ottantesima edizione. Un traguardo simbolico: il più importante premio letterario italiano è nato infatti poco dopo la nostra Repubblica; due storie parallele, entrambe figlie del dopoguerra e soprattutto della ricostruzione: da una parte la nascita della nuova Italia democratica, dall’altra il tentativo di ricostruire una comunità culturale aperta attorno agli incontri degli “Amici della domenica”, sostenuti dal liquore Strega di Benevento. Da allora il premio ha accompagnato la storia letteraria del Paese, premiando autori come Cesare Pavese, Elsa Morante, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Primo Levi, Umberto Eco, Claudio Magris e Sandro Veronesi. Una cartina di tornasole della cultura italiana, non priva di polemiche e rivalità che, puntualmente, riemergono a ogni edizione.
Anche quest’anno il dibattito non è mancato, con discussioni e prese di posizione che hanno coinvolto alcuni protagonisti della corsa al premio organizzato dalla Fondazione Maria e Goffredo Bellonci. A Selvazzano tuttavia i riferimenti a queste vicende sono rimasti sullo sfondo: la serata si è svolta in un clima attento e partecipato, concentrandosi sui libri e sulle storie raccontate dagli autori. Nella villa recentemente restituita alla cittadinanza attraverso un percorso di recupero e valorizzazione ricordato dal sindaco Claudio Piron e dall’assessora alla cultura Laura Rossi, il pubblico ha potuto incontrare tre dei sei finalisti: Michele Mari con I convitati di pietra, Matteo Nucci con Platone, una storia d’amore ed Elena Rui con Le vedove di Camus. A dialogare con loro, la giornalista e scrittrice Valentina Berengo.
Michele Mari ha esordito ricordando la sua passione per Melchiorre Cesarotti, il letterato proprietario della villa, alla cui memoria è dedicata: «Colleziono tutte le sue prime edizioni, da Ossian all’Iliade». Quanto al suo romanzo, lo scrittore ne ha raccontato l’origine in una vecchia fotografia scolastica dei tempi del liceo. Da quell’immagine di ragazzi immobili e serissimi è nata la storia di un gruppo di ex compagni di scuola, ciascuno impegnato in una singolare sfida: sopravvivere più a lungo degli altri. «Pensavo a un libro all’insegna del cinismo – ha confessato – ma sono rimasto spiazzato anch’io dal finale che ho scritto».
Elena Rui ha invece accompagnato il pubblico dietro le quinte del suo lavoro su Albert Camus e sulle donne che ne hanno segnato la vita, un romanzo nato da anni di ricerca tra documenti e manoscritti conservati alla Bibliothèque nationale de France: «Non ho inventato fatti – ha spiegato – mi sono limitata a immaginare i pensieri e le azioni quotidiane delle protagoniste». Un modo per colmare gli spazi lasciati vuoti dalla storia senza tradirne la sostanza.
Anche Matteo Nucci ha scelto di confrontarsi con una figura storica apparentemente inaccessibile come Platone. Ma il suo non è il filosofo astratto dei manuali scolastici: «Più che reinventare la sua vita, mi interessava raccontarla», ha spiegato. Un uomo immerso nel proprio tempo, impegnato nella politica e ossessionato da un’idea di giustizia. «Voleva sporcarsi le mani, cercare di costruire un mondo più giusto». Per Nucci il celebre mondo delle idee non rappresenta una fuga dalla realtà, ma la bussola per orientarsi nei tempi difficili.
Per una sera, tra i viali di Villa Cesarotti, a contare sono stati soprattutto i libri, le storie e la possibilità di ascoltare dalla voce degli autori il lungo percorso che trasforma una ricerca, una fotografia dimenticata o una domanda sulla giustizia in un romanzo.
Tra i finalisti del Premio Strega, oltre a Michele Mari, Matteo Nucci e Elena Rui, anche Bianca Pitzorno con La sonnambula, Teresa Ciabatti con Donnaregina e Alcide Pierantozzi con il libro Lo sbilico.
La serata finale si svolgerà l’8 luglio in piazza del Campidoglio a Roma e in diretta televisiva su Rai 3, con la conduzione di Pino Strabioli e Gloria Campaner.
Operaestate, il festival che porta teatro, danza e musica in piazze, fortezze e comunità arriva, sabato 11 luglio alle ore 16 al Forte Lisser di Enego, uno dei luoghi simbolo della storia dell’Altopiano. Qui andrà in scena Il mulo e l’alpino, di Xhuliano Dule e Aleksandros Memetaj, con la regia e la partecipazione dello stesso Memetaj, novità teatrale che racconta la storia di Giuseppe Beghin, Bepi, di Bassano del Grappa, costretto a vivere l’assurdità della guerra durante l’invasione italiana dell’Albania nel 1941. È la storia di un disertore, guidato dalla paura e non dal coraggio. La sua storia e quella del suo mulo, il Grappa, diventa simbolo di tante vite segnate dalla guerra e dalla ricerca di un futuro migliore, facendosi portatrice di speranza e umanità. In caso di maltempo lo spettacolo sarà al Palazzo della cultura e del turismo. Info: operaestate.it