Fatti
La città intesa come organismo vivo, un laboratorio critico capace di evolversi insieme ai bisogni sociali della comunità. Questo è il nucleo di “Francesco Mansutti e Gino Miozzo. Padova, la città che cresce”, la mostra ospitata fino al 31 luglio a palazzo del Monte, sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. Promossa dalla Fondazione Barbara Cappochin e curata da Elena Svalduz e Stefano Zaggia dell’Università di Padova, l’esposizione punta a coinvolgere un pubblico ampio nella riscoperta delle trasformazioni urbane del Novecento.
Il sodalizio tra Francesco Mansutti (1899–1969) e Gino Miozzo (1898–1969) ha attraversato quasi interamente il secolo scorso, muovendosi tra Razionalismo, ricostruzione post-bellica e boom economico. Il loro lavoro si inserisce in una posizione autonoma rispetto ai canoni tradizionali, poiché radicato nella dimensione concreta del tessuto urbano. Edifici iconici come il grande magazzino Coin, il monoblocco ospedaliero e il quartiere Forcellini testimoniano una chiara visione dell’architettura come bene collettivo, in cui la modernità non si esaurisce nella forma, ma diventa uno strumento per migliorare la qualità della vita quotidiana dei cittadini.
Un’occasione importante per riscoprire il valore dell’architettura come strumento di costruzione della comunità: il percorso espositivo analizza le opere del duo sia nel centro storico sia nelle periferie e nei quartieri Ina Casa. Qui l’attenzione si sposta sull’abitare collettivo, dove l’architettura organizza spazi aperti e percorsi per dare forma a una nuova idea di comunità.
«Il lavoro di Mansutti e Miozzo ci restituisce una lezione ancora attuale: la capacità di coniugare innovazione e responsabilità civile, progetto e contesto. È una testimonianza preziosa per chi oggi si confronta con le necessarie trasformazioni della città», afferma Giuseppe Cappochin, presidente della Fondazione Barbara Cappochin.
Attraverso disegni, fotografie e documenti d’archivio, il pubblico può esplorare il progetto non solo come esito finale, ma come processo critico e sociale, offrendo una preziosa lezione di innovazione civile e responsabilità ancora oggi attuale.