Fatti
“La guerra è finita, non siamo ancora nella pace ma la guerra è finita”. Così il patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, in un videomessaggio diffuso, lo scorso novembre, dal Patriarcato invitava i pellegrini a tornare in Terra Santa dopo due anni “estremamente difficili” a causa del conflitto tra Israele e Hamas. Nel video anche il Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, lanciava analogo appello: “I cristiani – ricordava il Custode – hanno bisogno di una visita, hanno bisogno di sentirsi ancora i protagonisti di una terra dove la loro presenza è significativa e non marginale, dove continuano a rendere vivi questi santuari”.
A raccogliere l’invito del patriarca e del custode è stato don Luigi Marcucci, vicario della Comunità pastorale di Lonate Pozzolo e Ferno (Mi) che ha preso parte ad uno dei primissimi pellegrinaggi in Terra Santa, a gennaio scorso, organizzato da Diomira Travel, cui hanno partecipato diversi sacerdoti lombardi e non. Don Marcucci che, tra l’altro, è tra gli animatori del progetto di accoglienza di bambini da Betlemme denominato “Un ponte per la speranza”, promosso dall’associazione “Oasi di Pace”, racconta così, al Sir, la sua decisione di partire, sfidando “le notizie di guerre e disordini che ogni giorno affollano i nostri telegiornali” e i consigli a restare “a casa” di familiari, amici e conoscenti. “Eppure – dice – questa volta, dentro di me avvertivo che c’era qualcosa di diverso. Ad ottobre avevo già rinunciato, la tensione internazionale era troppo forte. Altri erano partiti, io non avevo avuto lo stesso coraggio. Ma ora era diverso”. A dare la spinta a salire sull’aereo, quelle parole del Patriarca Pizzaballa e del Custode Ielpo: “Venite!” Forse è proprio per quella Parola, ascoltata nel tempo di Natale, che nel mio cuore si aperta una breccia attraverso la quale è passata la speranza e con essa la fiducia”. Più che una convinzione della mente, spiega il sacerdote, “era una pace del cuore. Sentivo che quel ‘Venite in Terrasanta!’ era l’attualizzazione – almeno per me – del ‘Venite Fedeli’ del canto natalizio. Era necessario che prendessi una decisione. Avvertivo intimamente che se avessi dovuto proporre ai miei giovani e alla mia comunità un pellegrinaggio nei luoghi santi, non avrei potuto farlo senza avere dato prima un esempio. Da oltre un anno portavamo avanti progetti con l’Associazione Oasi di Pace: era necessario stringersi le mani, abbracciarsi. E sono partito. Con qualche timore, è innegabile. Ma sono partito”.
Una volta messo i piedi a terra, don Marcucci trova ad attenderlo “non un paese in guerra o situazioni di tensione o paura. Certamente segnata da ferite profonde, da muri invalicabili e da ingiustizie lancinanti, la terra che mi ha accolto lo ha fatto trasmettendomi una grande pace e una grande tranquillità. Una pace proveniente non solo nell’emozione (che diventa una certezza inspiegabilmente e sorprendentemente granitica) di camminare sulle stesse orme del Maestro… ma anche, e forse prima di tutto, questa pace e serenità affiorava dalle vive testimonianze di chi, lì, ci attendeva. Dai sorrisi accoglienti di coloro che all’oscuro dei grandi della Terra, costruiscono ogni giorno ponti di speranza nel dialogo con chi ha una fede diversa, a volte diversissima dalla nostra”. L’incontro con le cosiddette ‘pietre vive’, “uomini e donne commossi e grati per gli aiuti raccolti nel tempo di Avvento e a loro consegnati proprio in questa occasione”.
“La possibilità di incontrare la gente vera, pietre vive che abitano quella Chiesa Locale, è stata una gioia immensa: che esempio che sono questi ragazzi per noi e per la nostra fede stanca, distratta e annoiata. Abbiamo il dovere ‘di famiglia’ di soccorrerli, ricordando che la carità è fatta anche di gesti concreti e di vicinanza”.
Tante le esperienze di quei giorni da pellegrino di don Marcucci: “Ho anche avuto la grazia di presiedere l’Eucarestia nel Santo Sepolcro proprio sulla pietra che custodisce la tomba vuota: è stata per me una vera Pasqua! Una vera rinascita”. E poi la consapevolezza che
“in questa epoca segnata da tanti Calvari, abbiamo bisogno di scoprire quel sepolcro vuoto!”
Il pellegrinaggio in Terrasanta non è quindi una vacanza snob per appassionati di viaggi: da secoli immemorabili esso è un gesto con cui si torna alle radici della nostra Fede, visitando la Chiesa madre di Gerusalemme per pregare in quei luoghi che hanno visto il Verbo fatto carne porre la sua tenda in mezzo a noi”. Restio a partire e adesso convinto di tornare. Conclude don Marcucci: “faccio mia l’urgenza di annunciare la necessità di tornare a camminare nei luoghi santi! Invito tutti a vincere le resistenze e partire per un pellegrinaggio che parla al cuore… perché, in fondo, il rimedio alla paura che paralizza non è la baldanza incosciente ma il coraggio di chi si affida”.