Mosaico
Ci sarà capitato, quest’estate, di vedere che molti alberi stanno perdendo le foglie. Un autunno estivo che prende il nome di “agostamento”: termine ampiamente conosciuto dalla scienza botanica, che indica una forma di adattamento naturale che le piante legnose (alberi e arbusti) mettono in atto in tempi non sospetti, cioè in autunno, per prepararsi alla stagione fredda. «Consiste – come spiegano i manuali botanici – nell’indurre i giovani tessuti legnosi ad accumulare sostanze di riserva e nel fermare l’allungamento dei giovani rami, sviluppando le gemme apicali che consentiranno nuovo slancio vegetativo in primavera».
Così gli alberi affrontano il gran caldo agostano a modo loro. E mentre noi le inventiamo tutte per darci refrigerio, le specie vegetali ci hanno pensato già milioni di anni fa. A spiegarcelo è il forestale Giustino Mezzalira, nota figura del mondo ambientale veneto, che ci dà appuntamento sotto il secolare Ginkgo biloba della sua storica residenza di Bressanvido: lussureggiante come non mai, grazie alle radici poste sopra una falda di superficie che gli garantisce una condizione ottimale e un ristoro costante, sognato da noi esseri umani.
Dopo il gran parlare di questi giorni sull’utilità degli alberi e sull’inadeguatezza delle nostre città a fronteggiare il cambiamento climatico, gli alberi stanno tornando protagonisti del nostro futuro? «Lo sono sempre stati – rimarca Mezzalira – tanto che oggi gli alberi e le aree verdi saranno il nostro passaporto per il futuro. Il fenomeno a cui stiamo assistendo in questi giorni, con gli alberi sempre più spogli, in particolar modo nella bassa e alta pianura, ma non va meglio per i boschi collinari e montani, sembra un anticipo d’autunno. Si è quindi portati a credere che sia il risultato di una “scottatura solare”. In realtà è la messa in pratica dell’agostamento: gli alberi, sottoposti a stress idrico e di temperatura, ritirano le risorse nel fusto come fanno ciclicamente in autunno. È un processo di adattamento climatico millenario che assicura la sopravvivenza delle piante. Questo non significa che non si debba fornire acqua agli alberi: per alcune specie con radici superficiali (molte di queste nei nostri giardini) l’aridità del suolo e la scarsa profondità delle radici sono fatali, e il rinsecchimento della chioma è un segno letale. Diversamente, le specie con un apparato radicale profondo sono più avvantaggiate e capaci di superare l’aridità».
La culla della vita è il suolo, da noi sempre più cementificato e incapace di trattenere le acque, il che aggrava la situazione. «Se parliamo di boschi collinari come quelli dei Berici o degli Euganei, con la presenza di roverelle, ornielli e carpini neri (molto resistenti alla siccità), dove il sottosuolo è pressoché roccia calcarea, qui la situazione vegetativa è più critica e l’agostamento sempre più evidente. Stiamo comunque assistendo a una “mutazione” ambientale generale, con le falde acquifere sempre più profonde e una vegetazione dove vengono selezionate naturalmente specie in grado di svilupparsi con alte temperature e scarse dotazioni idriche».
Ma anche in montagna la situazione non è migliore: «Qui però troviamo i campioni di resilienza, come i pini mughi d’alta quota, con radici profondissime che li rendono “campioni di sopravvivenza”. Sappiamo però che non tutti gli alberi sono così forti. In pianura gli alberi tradizionalmente adattati al nostro clima sembrano essere in crisi. Specie come querce, aceri campestri, carpini bianchi e olmi stanno soffrendo la canicola, che li costringe a una sorta di letargo anticipato per evitare gli effetti del caldo eccessivo».
Il che significa meno ombra e minore evaporazione, annullando di fatto i benefici per noi umani. «Alcune piante purtroppo non sopravviveranno – conclude Mezzalira – per le loro caratteristiche ecologiche: sono poco adatte a terreni superficiali e secchi, a temperature molto alte e a una scarsa dotazione idrica. Altre, ed è l’unica buona notizia, lasceranno cadere le foglie, ma dopo l’inverno torneranno a vegetare», sperando in un’estate migliore di questa.
Con il cambiamento climatico, quindi, muterà anche la vegetazione sotto cui siamo cresciuti fino ad oggi. Un motivo in più per pensare agli alberi, con un chiaro invito rivolto ad amministratori, vivaisti e privati: «Piantiamo specie resilienti, in grado di fronteggiare a modo loro il clima tropicale che ci aspetta. Anzi, che c’è già!».