Idee
La preghiera va oltre la ragione umana, e la letteratura di ogni tempo ce ne ha sempre offerto esempi evidenti, anche se talvolta celati dietro parole che potrebbero far pensare ad altro. Fino al punto della negazione del racconto di Hemingway, “Un posto pulito, illuminato bene” (1933) il cui titolo, ed alcune scene, rimandano anche alla pittura di Hopper, guarda caso in quegli stessi anni: in questo racconto un cameriere, alle prese con la stanchezza, la solitudine, il tedio e la disperazione di una vita senza ideali, innalza una paradossale preghiera al nulla. Talvolta il sospetto del nulla lascia intuire una sorta di risentimento. Si pensa di aver perduto la fede, e tutto si rivela una illusione senza senso, in un contesto, la letteratura come l’arte, in cui qualcuno invece torna alla preghiera intesa sia come consapevole rivolgersi a Dio sia come abbandonarsi ad una nuova sensazione di pienezza interiore. Come se ci si ritrovasse per la strada perduta, in modi e tempi non previsti. Anzi, scrive il Nobel Jon Fosse, come se la letteratura somigliasse ad un atto di preghiera.
Fa bene Alessandro Zaccuri ad approfondire questa dimensione nel suo “Preghiera e letteratura”, (Edizioni San Paolo, 160 pagine, 14 euro), e non è un caso che anche lui intraveda qualcosa d’altro in quel “nada” ripetuto fino alla nausea nella storia di Hemingway. Un altro che significa talvolta ammissione del non senso della vita ma anche ricerca di quel senso. Il rapporto tra preghiera e letteratura è talmente profondo da rendere impossibile un mero elenco, anche se rimangono importanti i contributi di Andrea Caterini in un libro di dieci anni fa, “La preghiera della letteratura” (edizioni Campo dei Fiori) e quello collettivo, di Baccarini, Brambilla, Frare e Langella pubblicato da IPL nel 2024: Caterini lo fa attraverso i termini basilari della cristianità attraverso i secoli, mentre “La preghiera nella letteratura italiana” è un viaggio nella spiritualità dei nostri autori attraverso i secoli. Autori che tornano in questi e in altri lavori, perché come si accennava in apertura, è Zaccuri a sottolineare come l’apparente contraddizione del “Lamento (o boria) del preticello deriso” del poeta Giorgio Caproni rappresenti l’ammissione di un momento del cammino in cui come un silente urlo emerge la richiesta di senso, affinchè, paradossalmente, anche un fallimento possa far sì che Dio torni ad esistere.
E d’altronde Zaccuri fa bene a citare l’opera più conosciuta da noi, “Diario di un parroco di campagna”, di Bernanos, in cui il bene emerge non quando vuole l’uomo, ma nel momento intuito dal pur laico Proust, quello in cui dopo aver bussato a tutte le porte che non portano a niente, quella insignificante, cui ci appoggiamo per puro caso, si apre. La preghiera del cuore, quella dell’esicasmo, torna in molti studi, non solo in questi, a testimoniare lo sguardo provvidenziale verso l’ultimo, chi si ritiene incapace di attenzione umana, figurarsi quella divina. E sono proprio quegli ultimi della terra a suggerirci la via. Come accade in Villon, spirito vagante nella Francia del Quattrocento, che nella sua vita fatta anche di violenza e trasgressione, nota Zaccuri, vede nella Vergine colei che raggiunge, con la sua grazia, le creature più abiette. Fino al padre Dante, che rivela come la preghiera possa divenire tutt’uno con la storia raccontata, anzi cantata, e con l’intero mondo. Ne emerge una consapevolezza: che la preghiera presente nella letteratura non sia solo formula dottrinale, ma qualcosa che emerge quando non ce lo aspetteremmo, in un momento in cui, ha ragione Proust, si aprono le porte di cui neanche ci ricordavamo l’esistenza. Eppure erano lì, a due passi da noi.