Idee
La morte di Aba, studente diciannovenne di un istituto di La Spezia, avvenuta proprio all’interno dell’edificio scolastico per mano di un compagno di un’altra classe, ha generato una grande risposta emotiva da parte dell’opinione pubblica. Oltre all’orrore, allo sdegno, all’incredulità, quell’episodio tragico ha scoperchiato il vaso di Pandora della paura collettiva.
Le famiglie e gli studenti hanno manifestato in maniera spontanea davanti alla scuola il dolore e la rabbia, rivendicando sicurezza e giustizia, richieste più che lecite e che dovrebbero essere condizioni “scontate” all’interno delle aule. Oggi, a quanto pare, non è più così, perché questo episodio – il cui epilogo è stato fatale – non è purtroppo isolato, ci sono state altre aggressioni, altre azioni violente nei mesi passati ai danni di studenti e personale scolastico.
Che cosa sta succedendo, dunque, all’interno delle nostre scuole? O, forse, sarebbe il caso di chiedersi a che livello di saturazione è arrivato il disagio giovanile, tanto da sconfinare in luoghi un tempo inviolati? E soprattutto come si può agire per fare in modo che le aule tornino a essere luoghi protetti, dove poter offrire ai ragazzi una reale opportunità di cambiamento, di riscatto sociale e di crescita?
In questi giorni si parla di introdurre dei controlli severi, mediante metal detector o perquisizioni a campione da parte delle Forze dell’ordine. Misure, peraltro, già sperimentate in alcuni istituti particolarmente a rischio. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito, con carattere di urgenza e di concerto con il Ministero dell’Interno, ha elaborato una direttiva contenente “Misure per il rafforzamento delle azioni di prevenzione e contrasto di fenomeni di illegalità negli istituti scolastici”. Nel documento, si fa cenno a una strategia che integri “controllo e prevenzione” per ripristinare le condizioni di sicurezza e garanzia e si attribuisce un ruolo centrale a Prefetti e Dirigenti scolastici per pianificare interventi di controllo e monitoraggio delle situazioni più critiche.
Reazione comprensibile, si cerca di rassicurare e mitigare paure e, al contempo, di introdurre strumenti deterrenti nei confronti di chi è potenzialmente pericoloso per sé e per gli altri. Ma, di fatto, si tratta di una misura incompleta e repressiva, non accompagnata, per il momento, da quegli interventi di prevenzione annunciati dal documento stesso.
La scuola è – o dovrebbe essere – un luogo di formazione umana, prima ancora che culturale. Educare significa crescere cittadini consapevoli, capaci di gestire la libertà e la responsabilità.
La logica della sicurezza, quando entra nell’ambiente educativo con le stesse modalità con cui opera in ambiti di profilo decisamente diverso, può minare le basi del rapporto educativo stesso. Se lo studente viene trattato come un potenziale criminale, il patto educativo si rompe. La paura sostituisce il dialogo, la costrizione prende il posto della crescita autonoma.
Dal punto di vista pratico, poi, i metal detector o i controlli a campione non offrono certezze e nemmeno risolvono le radici della violenza giovanile: malessere, dipendenze, emarginazione, disagio sociale e psicologico. L’effetto paradossale è quello di aumentare la tensione, creando un clima di sospetto che può solo aggravare i conflitti. L’illusione della sicurezza tecnologica distoglie l’attenzione dal vero investimento necessario: relazioni umane, sostegno psicologico, percorsi seri di educazione, ascolto e partecipazione.
La scuola nasce come spazio di libertà, non di sorveglianza. Il temine greco scholè, nell’antichità indicava il tempo libero, l’ozio creativo e le occupazioni piacevoli dedicate a sé stessi, alle arti o allo studio. Da quando la scuola ha smesso di essere tutto questo?
In una società già ipercontrollata da telecamere e algoritmi, la scuola dovrebbe costituire una delle ultime zone franche, un luogo dove si impara la libertà in modo responsabile, confrontandosi con i pari. Trasformare gli ingressi in check-point significa abituare le nuove generazioni a vivere nella logica del sospetto e del controllo, legittimando una mentalità autoritaria piuttosto che democratica.
Il vero antidoto alla violenza è il coinvolgimento attivo degli studenti, la costruzione di una cultura del rispetto e dell’empatia.
Educare non significa “impedire il male”, ma insegnare a scegliere il bene.