Idee
Tre casi analoghi in sei mesi.
Il primo a Trescore Balneario (Bergamo), dove uno studente di tredici anni accoltella la professoressa di francese nel corridoio della scuola. Indossa pantaloni mimetici e una maglietta bianca con la scritta rossa “vendetta”; nello zaino ha un coltello e una pistola scacciacani. Documenta tutto in diretta web con lo smartphone assicurato al collo tramite un’imbracatura.
Due mesi dopo, a San Vito Lo Capo (Trapani), un alunno di dodici anni tenta di colpire il docente di tecnologia durante la lezione, armato di due piccoli coltelli, con casco integrale, mascherina e uno smartphone fissato per la diretta online. Aveva preannunciato il gesto la notte prima su TikTok. Solo la prontezza del docente evita il peggio.
L’episodio più recente si consuma a Roma, nel quartiere Centocelle: un alunno di terza media replica il copione. Si chiude in bagno, indossa casco e occhiali acquistati online, fissa il telefono come una GoPro e tira fuori dallo zaino due coltelli da sub e uno spray urticante. Ore prima aveva pubblicato sul web un “conto alla rovescia” con audio di urla e spari, celebrando Adam Lanza, autore della strage nella scuola elementare di Sandy Hook (Connecticut) nel 2012. Dopo una videochiamata su Telegram, entra in classe, spruzza lo spray e colpisce la professoressa di lettere con tre fendenti, prima di essere fermato da un compagno di origine congolese.
Troppe coincidenze per liquidare questi atti come bravate, o isolati momenti di follia e disagio. Sembrano invece episodi collocabili all’interno di un fenomeno inedito e allarmante. A definirne i contorni alla stampa è Ivano Gabrielli, capo della Polizia Postale: “L’Italia, come altri Paesi, è attraversata da un fenomeno che definiamo nichilismo violento in fase preadolescenziale. Ragazzi dai 12 ai 16 anni aderiscono a gruppi che esaltano la violenza e a volte la esercitano nell’ambiente primario a quell’età, la scuola”.
I gruppi in questione sarebbero riconducibili alla cosiddetta True Crime Community (TCC), un network internazionale che scambia e celebra materiale su omicidi e stragi. I fruitori sono prevalentemente maschi; inizialmente vengono agganciati su piattaforme di gaming, poi migrano verso spazi più oscuri e criptati, il dark web.
I ragazzi non si conoscono nel mondo reale; stringono legami virtuali basati sulla condivisione di sofferenze profonde e difficoltà relazionali.
Il canale privilegiato è Telegram, un ecosistema che garantisce anonimato e protezione dietro nickname fittizi. Queste dinamiche, denunciano gli esperti di cybercrime, non sono affatto casuali, ma si determinano grazie ad algoritmi progettati ad arte per intercettare i minori più fragili e manipolarli. Le intelligence internazionali temono che questa fascinazione patologica per le armi e la violenza possa essere pilotata e trasformata in veri e propri fenomeni di radicalizzazione ideologica, o politica.
La genesi di questi comportamenti segue una traiettoria precisa.
La condizione di partenza è l’isolamento progressivo, che poi diviene abbandono di fronte al web e alle sacche di odio che aggrega. La recente indagine EU Kids Online evidenzia che il numero di bambini e adolescenti che si sono sentiti turbati, a disagio o spaventati da qualcosa vissuto su Internet è aumentato negli ultimi anni (22%). C’è però da precisare che molti di essi vanno attivamente alla ricerca di contenuti d’odio online (15%).
Un altro aspetto piuttosto incisivo è la possibilità di spettacolarizzare il crimine: il gesto violento diventa una performance destinata a un pubblico. L’utilizzo di casco, GoPro e spray configura una preparazione tecnica e scenografica guidata o suggerita da registi occulti esterni.
Da non sottovalutare, infine, la de-responsabilizzazione algoritmica e legale. Le community sanno bene che in Italia i minori di quattordici anni non sono imputabili penalmente.
Il problema non è marginale e i numeri ufficiali restituiscono una fotografia allarmante. Secondo il Report 2024 della Polizia Postale e del CNCPO (Centro Nazionale per il Contrasto alla Pedopornografia Online), l’attività di monitoraggio ha portato a 2.828 indagini coordinate, 1.000 perquisizioni, 144 arresti e 1.028 persone denunciate, con oltre 42.000 siti web monitorati e 2.775 inseriti in black list.
Ciò che preoccupa maggiormente gli investigatori è l’abbassamento drastico dell’età di adescamento e radicalizzazione. Nel dettaglio dei dati recenti, su centinaia di casi monitorati, circa il 40% riguarda la fascia d’età tra i 10 e i 13 anni: bambini che, idealmente, non dovrebbero ancora avere accesso incontrollato ai social network.
A livello globale, il quadro trova conferma nei dati di WeProtect Global Alliance e di UNICEF: un utente Internet su tre è un minore, e il 68% dei giovani intervistati dichiara di aver vissuto forme di abuso online prima della maggiore età, confermando come gli spazi anonimi e la messaggistica costituiscano una zona franca difficile da perimetrare. A completare il quadro umano e sociale interviene il Dossier 2024 di Telefono Azzurro, che ha gestito oltre 2.700 casi di emergenza, con una netta prevalenza di preadolescenti tra gli 11 e i 14 anni (il 43,87% del totale) e un incremento del 30% delle segnalazioni legate a gruppi chiusi e alla circolazione di contenuti manipolati (come i deep fake) sul dark web.
Di fronte a questa emergenza, il vero “convitato di pietra” resta il sistema educativo. Come sottolineano pedagogisti e psicologi, si registra una voragine emotiva che troppo spesso si tende a sottovalutare. Le famiglie e le altre agenzie educative si trovano disarmate di fronte a nativi digitali tecnologicamente competenti ma emotivamente vulnerabili, chiusi in camerette che sono diventate portali verso mondi digitali totalmente deregolamentati.