Idee
“Mai come oggi dal digitale passa anche il nostro rapporto con la democrazia”. Simona Ferrari, direttrice del Centro di ricerca sull’educazione ai media, all’innovazione e alla tecnologia (Cremit) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ripercorre la storia del centro fondato nel 2006 da Pier Cesare Rivoltella in occasione del convegno “Abitare i media: educazione, ricerca e pratiche”, in programma venerdì 23 ottobre a Milano per celebrarne i vent’anni.
Il Cremit compie vent’anni. Quale intuizione educativa si è rivelata più importante?
Quella che dobbiamo a Pier Cesare Rivoltella: proporre fin da subito un approccio educativo e culturale alla tecnologia. I media non solo strumenti, ma anche ambienti e tessuto connettivo.
Oggi vediamo la stessa urgenza educativa rispetto all’intelligenza artificiale.
Su che cosa, invece, avete dovuto cambiare idea?
Anni fa sottolineavamo soprattutto le potenzialità partecipative dei nuovi “spettautori” nel web sociale. Oggi cogliamo con preoccupazione il ruolo potente e quasi senza vincoli delle grandi piattaforme, controllate da poche società del web, con nuove ideologie tecnocratiche che è bene non solo studiare ma “vigilare”, richiamandole a una visione antropologica, alla giustizia sociale, alla sostenibilità.
In un ambiente in cui gli algoritmi influenzano ciò che vediamo e le opinioni che maturiamo, quanto siamo ancora liberi di scegliere?
Rispondiamo a questa domanda nei giorni in cui, a Milano, si sparge il panico morale attraverso fake news diffuse da account sconosciuti e connesse ai disordini del fine settimana. Mai come oggi dal digitale passa anche il nostro rapporto con la democrazia.
Come si educa a questa libertà?
Stiamo lavorando a una information literacy al tempo dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi: pensiero critico, responsabilità per le conseguenze delle proprie azioni nel digitale, attenzione alla cornice dell’ecosistema informativo.
Educare alla libertà significa comprendere che la libertà non è eliminare qualsiasi vincolo, ma aderire a una comunità che decide di darsi limiti e regole.
Vale per la sfida etica dell’intelligenza artificiale, per il contrasto all’hate speech, per la responsabilità delle piattaforme.
Sugli adolescenti la risposta più immediata sembra quella dei divieti. Che cosa emerge dalle vostre ricerche?
Il divieto è apparentemente rassicurante. Secondo il Rapporto Cisf 2026, il 70,1% dei genitori è favorevole al divieto dello smartphone a scuola anche per fini didattici. Per il Global Education Monitoring Report 2026 dell’Unesco, 114 sistemi educativi nazionali, il 58% dei Paesi del mondo, hanno introdotto restrizioni o proibizioni, mentre nel 2023 erano meno di un quarto.
Che cosa vi preoccupa di questa tendenza?
L’idea che il problema si risolva con “il cellulare fuori dalla scuola”: così la più grande agenzia educativa fa un passo indietro, lasciando l’educazione sulle spalle delle famiglie e dei ragazzi stessi. Spesso, poi, il divieto si accompagna a giudizi colpevolizzanti nei confronti dei giovanissimi.
Rischiamo di nascondere le responsabilità degli adulti?
La logica del “noi diversi da loro” non è veritiera, perché nei comportamenti digitali la forbice tra adulti e minori è sempre più ridotta, e porta a separazione e scontro. L’educazione, invece, crea relazione, dialogo, convivenza.
È più semplice accusare una generazione che mettersi accanto e accompagnare, o aggregarsi per chiedere alle grandi società del web limiti al linguaggio d’odio e ai meccanismi di design persuasivo e di dipendenza con cui i social catturano l’attenzione.
Con l’intelligenza artificiale gli studenti svolgono in pochi secondi compiti che richiedevano ore. Che cosa cambia per la scuola?
Innanzitutto l’intelligenza artificiale è usata anche dagli adulti, compresi noi docenti. Serve per tutti una nuova alfabetizzazione. Stiamo sviluppando una ricerca su come le competenze didattiche, dalla progettazione alla valutazione, siano interrogate dall’intelligenza artificiale e a quali condizioni debbano cambiare. Come delinea il Piano strategico 2026-2028 del nostro ateneo, l’intelligenza artificiale non è soltanto un’innovazione tecnologica, ma una sfida culturale, educativa ed epistemologica.
Il convegno dedica spazio anche al rapporto tra media education e pastorale. Quale cammino avete condiviso con la Chiesa?
Fin dall’inizio il Cremit ha inserito nel Comitato scientifico il direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei, collaborando con diocesi, oratori, scuole e famiglie religiose. Nel 2006 nascevano i siti e i blog delle parrocchie, i primi profili social: era la presa di coscienza del digitale come spazio da abitare anche per l’azione pastorale. Da allora abbiamo condiviso con l’Ufficio Mooc, ricerche e la serie di volumi annuali di commento al Messaggio del Papa per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali.
Che cosa resta in gioco, oggi, per la Chiesa?
Comunicare, per la Chiesa, non è una possibilità tra le altre, ma una dimensione costitutiva della sua stessa missione.
Una responsabilità ancora più importante nel contesto postdigitale, in cui i media non sono più strumenti separati dalla vita quotidiana, ma si intrecciano con gli ambienti che abitiamo, le nostre esperienze e le relazioni tra le persone.