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Lettera.D

sabato 21 Febbraio 2026

Referendum giustizia. Voto consapevole. Serve criterio per scegliere

Riccardo Benotti

Foto Ansa/Sir.

In un tempo in cui tutto viene tradotto in appartenenza, anche le parole della Chiesa finiscono inevitabilmente dentro una logica binaria: con noi o contro di noi. È accaduto anche in queste settimane, dopo l’introduzione del card. Matteo Zuppi al Consiglio permanente della Cei, letta da molti come un orientamento di voto sul referendum costituzionale sulla giustizia. Al punto da rendere necessaria una nota esplicativa.

Ma davvero siamo di fronte a una scelta di campo? Se si leggono integralmente le parole pronunciate, si trova un richiamo a princìpi: l’equilibrio tra i poteri dello Stato, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, l’eredità dei padri costituenti. Non si trova un’indicazione di voto. Non si trova un “sì” né un “no”. Si trova un criterio.

È una differenza sostanziale. La Chiesa, quando interviene su questioni istituzionali, richiama fondamenti. Non entra – salvo casi che toccano direttamente principi morali fondamentali – nella scelta tecnica tra modelli alternativi. Lo stesso diritto canonico ricorda che su materie opinabili i fedeli godono di legittima libertà (cfr. can. 227) e che non ogni opzione politica può essere presentata come dottrina della Chiesa.

Il referendum sulla giustizia rientra in questo ambito: non riguarda un principio non negoziabile, ma un assetto istituzionale sul quale possono esistere valutazioni differenti. Il punto decisivo dell’introduzione non è l’esito del voto, ma la partecipazione.

In un clima di disaffezione e astensionismo, l’invito a “recarsi alle urne” non è un dettaglio. È un richiamo alla corresponsabilità democratica. In un Paese in cui la partecipazione si assottiglia, questo è già un messaggio politico nel senso più alto del termine: non partitico, ma civico.

È vero: la partecipazione a incontri promossi da associazioni o movimenti che portano avanti una delle opzioni referendarie può alimentare la percezione di uno schieramento.

Ma la distinzione tra l’organismo collegiale della Cei e la libertà personale di un singolo pastore resta essenziale. Non ogni intervento individuale diventa linea ufficiale. Confondere i piani significa leggere la Chiesa come se fosse un partito, con disciplina interna e indicazioni vincolanti. Non è così.

Il problema, forse, sta altrove. Viviamo in un contesto in cui ogni parola viene immediatamente tradotta in allineamento. Se richiami l’equilibrio dei poteri, sei contro la riforma. Se parli di riforma, sei contro l’equilibrio. È una semplificazione che impoverisce il dibattito pubblico e rende impossibile un discorso fondato sui criteri.

La tradizione recente della Cei mostra una linea costante: intervenire sui principi, non sulle soluzioni tecniche; richiamare il bene comune, non sostituirsi al discernimento dei laici; invitare alla partecipazione, non dettare l’esito.
Forse il vero nodo è proprio questo. La maturità democratica dei cattolici non consiste nell’attendere istruzioni, ma nel formare una coscienza informata. La Chiesa non abdica al suo compito quando non indica un voto; al contrario, lo esercita fino in fondo quando educa al discernimento.
Ridurre tutto a una scelta di campo significa non riconoscere questa differenza. E significa, ancora una volta, chiedere alla Chiesa di essere ciò che non è: un attore di parte in una competizione politica.

Le parole pronunciate non chiedevano di votare in un modo. Chiedevano di votare responsabilmente. È meno spettacolare. Ma è più esigente.

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