Fatti
Il passaggio parlamentare tanto atteso dopo lo svolgimento del referendum sulla giustizia si è rivelato di fatto l’avvio della campagna elettorale per le prossime politiche. A onor del vero la politica italiana vive praticamente in uno stato di campagna elettorale permanente per cui questo esito risulta quasi una non notizia. Eppure dopo il voto referendario era lecito aspettarsi qualcosa di meglio. Non fosse altro per l’inatteso livello della partecipazione che avrebbe dovuto smuovere i poli (o presunti tali) dai rispettivi arroccamenti, tanto più che la situazione internazionale è foriera di continui scarti e di repentini dietro-front. Invece ci siamo trovati di fronte all’ennesima occasione perduta. La stessa premier, che pure sulla politica estera ha costruito una parte significativa del proprio consenso, in Parlamento ha tenuto discorsi a prevalente uso interno. Da campagna elettorale, insomma. Certo, bisogna considerare due fattori strutturali che condizionano fortemente il dibattito pubblico, in primo luogo sul versante di chi ha compiti di governo.
Dal punto di vista dei rapporti politici c’è innanzitutto da rilevare come nel tempo l’effetto Trump si sia completamente ribaltato a causa delle scelte e dei comportamenti del presidente Usa. Al punto che la vicinanza a questo personaggio da moltiplicatrice di consensi si è trasformata in elemento fortemente problematico, per usare un eufemismo. Di qui il problema di come gestire lo sganciamento o quanto meno una relativa presa di distanza, evitando eccessivi contraccolpi.
Dal punto delle politiche economiche, le conseguenze della guerra contro l’Iran sono diventate sempre più pesanti e il nostro governo, gravato da un debito pubblico particolarmente elevato, si è ritrovato senza margini di manovra per fronteggiare adeguatamente le ripercussioni della crisi energetica, a cominciare dall’andamento dei prezzi e delle forniture. Ed è su questo terreno che Giorgia Meloni ha impostato la prospettiva dell’esecutivo nell’ultimo anno di legislatura. Del resto anche i suoi principali partner di maggioranza si sono sganciati dall’abbraccio con Trump. Il posizionamento internazionale è un problema soprattutto per Matteo Salvini, mentre Antonio Tajani è alle prese con gli equilibri interni e i rapporti con la famiglia Berlusconi.
Sul versante opposto, invece di cavalcare un risultato referendario chiaramente positivo e potenzialmente di ampio respiro strategico, i partiti del “campo largo” hanno innescato da subito una disputa su quale sarebbe stato il candidato premier. E il braccio di ferro è proseguito nelle settimane successive anche con l’ingresso di nuovi soggetti, sia singoli che collettivi. Dietro questa disputa autoreferenziale, che vede in primo piano Pd e M5S, il tema di fondo è la costruzione di una vera alleanza di governo e l’individuazione del suo baricentro politico. Anche su questo fronte la tempistica ha un peso rilevante. Si può presumere che, fatte salve le incognite internazionali, fino alla fine dell’anno o, per essere più precisi, fino all’approvazione della prossima legge di bilancio, ci sia un interesse concreto di tutti a evitare interruzioni traumatiche della legislatura. Questo è stato anche il messaggio della premier in Parlamento. Nel frattempo si navigherà a vista. E speriamo almeno che la vista sia acuta.