Chiesa | In dialogo con la Parola
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Ci sono espressioni della Scrittura
che nel linguaggio comune sono diventate proverbiali, conosciute e citate da molti. Una di queste sicuramente è l’espressione che troviamo nel Vangelo di questa domenica, citata nella vecchia traduzione: «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Questa espressione viene usata spesso per ribadire la laicità dello Stato, una necessaria e leale differenziazione tra la religione e il potere/la politica; oppure, viene citata dalla Chiesa per rivendicare che siano riconosciuti i valori e i diritti dei credenti. Inoltre, questo testo evangelico viene spesso adoperato per ricordarci che siamo chiamati come cristiani a essere degli onesti e responsabili cittadini, anche in quello che è il dovere di pagare le tasse. In realtà, il testo evangelico parla di altro, ci provoca a riflettere su qualcosa di più profondo. Occorre prima di tutto contestualizzarlo.
Gesù si trova a Gerusalemme e sono sorte delle dispute forti e accese con i capi religiosi; infatti, ha toccato nel vivo la casta sacerdotale che gestiva il tempio, coloro che avevano la pretesa di essere mediatori tra il popolo e Dio. Gesù con il suo messaggio annuncia invece un Dio che dona il suo amore gratuitamente a tutti, indipendentemente dai meriti, dai sacrifici e dalle offerte. Dunque, toccati nei loro privilegi (i redditi), il loro intento è di eliminare Gesù, attraverso un tranello. Ed è paradossale il fatto che siano due categorie all’opposto che «tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi». Si coalizzano, dunque, i nemici storici: da una parte i farisei (il partito delle persone pie e osservanti che detestavano i romani, vedendoli come il male assoluto) e dall’altra gli erodiani (sostenevano la stirpe degli Erode ed erano collaborazionisti dei romani). Ed è significativo che non abbiano nemmeno il coraggio di metterci la faccia e mandano i rispettivi discepoli a tendere l’insidia. Tuttavia, colpisce la premessa alla questione posta. Iniziano con una serie di elogi e di complimenti rivolti a Gesù per poi chiedere: «Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Ogni possibile risposta di Gesù gli può comportare un’accusa: se è favorevole a pagare il tributo va contro la legge religiosa (per la quale Dio era l’unico Signore); se invece è contrario al pagamento può essere accusato di essere un sovversivo.
C’è una sottolineatura di Matteo che è significativa: «Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: ipocriti, perché volete mettermi alla prova?». Gesù li smaschera ribadendo che non è ingenuo e fa emergere la loro doppiezza e ipocrisia, il fatto che non abbiano il coraggio di dire apertamente le cose e di eliminarlo. Gesù non risponde alla loro domanda (loro si aspettavano un sì o un no), ma chiede loro di mostrare la moneta del tributo; sono così pronti nel tirare fuori il denaro, che questo diventa un pretesto per il Maestro per smascherare di chi siano servi e quali siano i loro interessi. «Questa immagine e l’iscrizione di chi sono?»: in realtà, quell’immagine al pio giudeo destava ripugnanza, era pura idolatria. Quella moneta, così, rappresenta la religione del denaro: può capitare anche nella nostra vita che sia il denaro a dare ordini (e di conseguenza a rendere schiavi). Se è il denaro il nostro idolo, allora sappiamo che questo è contro l’uomo e spesso causa di ingiustizie, di sfruttamento e di conflitti.
Tornando alla questione centrale del Vangelo di questa domenica, Gesù non si concentra sulla necessità di pagare le tasse ma vuole provocare i suoi interlocutori e anche noi sulla logica che è impressa sul denaro che può orientare le scelte e la vita delle persone. «Restituite a Cesare quello che è di Cesare»: la nuova traduzione giustamente ha cambiato il “dare” con il “restituire”. Il rischio per noi è quello di crearci degli idoli e di diventare di fatto dei pagani. Gesù sta aiutando a prendere coscienza del rischio di questa dipendenza, di essere schiavi di una logica di vita disumanizzata e disumanizzante. Quindi, l’invito del Maestro è restituire a Cesare (a chi rappresenta il potere con la sua logica) ciò che gli appartiene. «Restituite a Dio quello che è di Dio»: ma… dov’è che Dio ha posto la sua effige e la sua immagine? Dio l’ha posta sull’uomo, creato a “sua immagine e somiglianza”. Gesù in modo sottile sta denunciando il fatto che alcuni, ergendosi a mediatori hanno usato Dio per rendere schiave le persone imponendo norme e leggi, sottomettendo e discriminando. Con questo invito a “restituire a Dio” l’umano, Gesù ci dà la possibilità di restituirci a Lui per quello che siamo veramente, nella nostra vera e libera identità e, nello stesso tempo, restituire le persone nella loro dignità a Lui che è il Creatore. Perciò, è quanto mai provocatorio e attuale questo Vangelo perché ci dà l’opportunità per discernere le nostre eventuali schiavitù oppure per confermare la strada di un’autentica libertà. Dunque, entrando in profondità dentro di noi, proviamo a chiederci chi stiamo servendo e soprattutto individuiamo chi e che cosa siamo chiamati a restituire a Dio.