Idee
Ripartire dalla Costituzione, ovvero prendersi cura della salute della democrazia, che ha urgente bisogno di superare le criticità ripartendo dai propri fondamenti. È questa la necessità indicata dal Rapporto 2025 della Fondazione Zancan. «Negli ultimi 20 anni si è diffusa l’idea che bisogna intervenire, modificare, rivedere alcuni passaggi della Costituzione, però non è mai emersa la domanda: ma la stiamo veramente attuando? I modi con cui la stiamo attuando sono coerenti con le finalità istituzionali?» chiede Tiziano Vecchiato, presidente della Fondazione. Rileggere i testi fondanti è prerogativa di ciascuna generazione, un impegno necessario per dare indicazioni alla politica sulle priorità e «le risposte raccolte nel Rapporto dicono che c’è molto da fare nelle diverse aree, nel ciclo della vita, perché parliamo di infanzia, famiglia, disabilità, anzianità. Nel tempo c’è stata un’interpretazione distorta della proposta costituzionale: quando i costituenti scrivono bisogna “garantire prestazioni”, loro le interpretavano come soluzioni non come erogazioni materiali» ha spiegato Vecchiato alla presentazione del Rapporto 2025 che ha visto la presenza di Vincenzo Rebba, docente di Economia sanitaria all’Università di Padova, dell’avvocata Francesca Pellegrini, di Devis Geron, ricercatore della Fondazione Zancan e di Cesare Dosi, professore di Scienza delle finanze all’Università di Padova in veste di coordinatore.
Oggi nel sociale il 90 per cento della spesa è data da prestazioni economiche e nel caso del sanitario spesso sono prestazioni e diagnostica di varia natura che non coprono i bisogni soprattutto dei più deboli, di coloro che hanno meno forza contrattuale: «Se partiamo dai fondamenti costituzionali, i princìpi di uguaglianza e di pari dignità sono i fondamenti della lotta alla povertà, necessari per creare più giustizia – spiega Vecchiato – Per realizzare il rapporto, abbiamo coinvolto una ventina di esperti che hanno capito che quello che viene fatto non è sufficiente e c’è stata una presa di coscienza teorica, ma anche pratica su come abbiamo affrontato i problemi nella nostra società e come potrebbero essere affrontati meglio. Il Rapporto 2025 è uno studio di fattibilità: non c’è un elenco di accuse e di raccomandazioni. Sono rimasto sorpreso dal fatto che chi sa, ha avuto la capacità di affrontare questa sfida mettendo sul tavolo le criticità, ma anche le possibilità che abbiamo a disposizione».
Ripartire dalla Costituzione quindi, in quanto strumento che può essere reinterpretato e attuato. Una sorpresa è emersa dalla relazione del professor Vincenzo Rebba che ha messo in luce la contraddizione della spesa sanitaria: più del 60 per cento della spesa che finanzia il diritto alla salute viene dall’Iva, e questo significa una disuguaglianza nel pagamento perché l’aliquota sui beni non è progressiva e quindi in proporzione chi è ricco paga meno del povero «e lavorare su questo consentirebbe un grande margine di manovra». Nel 2023, infatti, la spesa sanitaria italiana è stata di oltre 179 miliardi di euro (circa 3.037 euro pro capite) di cui 130,9 miliardi (il 73 per cento del totale) sono stati impegnati per il Servizio sanitario nazionale (2.219 euro pro capite) mentre la spesa privata è stata di 48,2 miliardi (818 euro pro capite) ed è costituita principalmente (88 per cento) da pagamenti diretti da parte delle famiglie.
Ma anche nel sociale c’è un ampio margine di miglioramento possibile: «Se il 90 per cento della spesa è gestita con erogazioni economiche di vario tipo, vuol dire che non è una spesa governata ma solo erogata grazie a un meccanismo automatico e il restante 10 per cento è governata nei territori dai servizi sociali. Aumentare del 20 per cento la governabilità di queste risorse, dà un potenziale grande. Non è vero che non ci sono le risorse, è vero che gestite così rendono poco: sono prese e redistribuite, non c’è un moltiplicatore. È un meccanismo sterile. Una classe politica che ascoltasse potrebbe garantire servizi migliori» commenta Vecchiato. Dalle ricerche sul campo emerge che servono servizi, le persone chiedono un accompagnamento, l’orientamento, il conoscere a quali diritti si può accedere, invece arrivano solo soldi: «Le risorse raccolte con la fiscalità si traducono in trasferimenti a pioggia e quindi una spesa sbilanciata sui trasferimenti monetari a causa di una sclerotizzazione del sistema su questi provvedimenti e nessuno se la sente di intervenire: nel tempo ha prevalso un assistenzialismo che tende a perpetuare se stesso. Manca un approccio più sfidante anche se le cose non funzionano» ha spiegato Devis Geron, ricordando come in 10 anni le persone povere sono passate da 4 milioni a quasi 6, cioè il 10 per cento della popolazione, mentre la spesa è salita da 50 a 84 miliardi di euro.
L’avvocata Francesca Pellegrini ha evidenziato come siano i giovani a patire la situazione: «Spesso associamo il welfare a una condizione negativa perché siamo figli di una impostazione dicotomica tra povertà e benessere, ma non sono questi i presupposti del nostro welfare. C’è una zona franca che si sta allargando sempre più e chiede tutele. A un giovane non basta una retribuzione adeguata, ma chiede welfare: perché? Lo Stato non ha risorse inesauribili e, come dice Zamagni, i soldi bisogna chiederli a chi li ha, quindi alle imprese. L’articolo 38 della Costituzione legittima che un pensionato possa percepire un quantum che non è uguale per tutti e, partendo da qui, si potrebbe elevare il welfare aziendale a welfare sussidiario».
C’è spazio per ridefinire e riorganizzare, ma forse ciò che manca è il tempo conclude Vecchiato: «Siamo a un bivio, o si trasferisce al mercato la tutela dei diritti umani e il rischio c’è, oppure c’è ancora il tempo necessario per ripartire con strategie che la Costituzione ha scritto, ma che non sono state abbastanza interpretate. Il tempo è poco, questo Rapporto non è da sottovalutare».
«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione»: recita così l’articolo 1 della Costituzione Italiana, la legge fondamentale dello Stato Italiano. Le sue origini risalgono al 22 dicembre 1947, data in cui l’Assemblea Costituente (organo eletto dai cittadini il 2 giugno 1946per redigere la Carta fondamentale) votò la Costituzione. Fu promulgata il 27 dicembre 1947 dall’allora Capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, ed entrò in vigore l’1 gennaio 1948. È composta da 139 articoli e relativi commi, più 18 disposizioni transitorie e finali, suddivisa in quattro sezioni: Principi fondamentali (articoli 1-12); parte prima Diritti e doveri dei cittadini (articoli 1354); parte seconda Ordinamento della Repubblica (articoli 44-139) e Disposizioni transitorie e finali.