Storie
Rosina Zampogna, 71 anni, nativa di Montegaldella, è diventata ormai un simbolo per la scienza medica, da quando, mezzo secolo fa, ha subito uno dei primissimi trapianti di rene, da donatore vivo. Non solo, da allora sono trascorsi cinquant’anni e può ancora raccontarlo con il sorriso.
Il 7 novembre scorso, ha superato questo traguardo: «Senza quel rene donatomi da mio fratello Eugenio, sette anni più grande di me, non sarei qui a festeggiare l’altro cinquantesimo, quello del matrimonio con mio marito Giovanni De Rossi che celebrerò nel 2027».
Rosina si definisce una privilegiata, anzi: «Una sopravvissuta – precisa – considerando che siamo rimaste solo in due a fregiarsi di aver raggiunto il mezzo secolo di vita da trapiantate». Solo due donne, infatti, entrambe venete, sono arrivate al mezzo secolo dopo aver subito un trapianto: una signora ottantenne di Mestre, con un rene donatole dalla mamma 52 anni fa, il cui organo oggi ha 109 anni e Rosina, con il rene del fratello di 78 anni.
Quel giorno di novembre del 1975 è ormai lontano, ma resta in lei un ricordo vivissimo, tanto da rigarle gli occhi di commozione ogni volta. Lei allora all’Ospedale Borgo Trento di Verona fu una delle prime trapiantate da vivente in Italia, avviandosi verso una vita normale tale che nove anni dopo, diventerà madre di Ketty che oggi ha 41 anni e l’ha resa nonna di Giada. Per questo è diventata l’alfiere dell’Associazione trapiantati “Un mondo di colori” di Creazzo, che l’ha insignita del titolo “mamma e nonna dei trapiantati”.
«Devo tutto alla mia famiglia, in particolare a mio fratello Eugenio che quarant’anni fa mise a disposizione il suo rene. Da allora è diventato non solo parte del mio sangue, ma ancor di più del mio corpo». Di quei giorni d’autunno di mezzo secolo fa, Rosina ricorda tutto, in ogni dettaglio: «Erano tempi pionieristici per la tecnica medica dei trapianti. Feci tre mesi di ospedale, chiusa in una camera sterile, collegata col mondo esterno solo da un citofono. Affrontando una serie infinita di collassi causati dalle pesanti terapie. Fortunatamente tutto è andato bene. Anzi, benissimo!».Tanto che ogni 7 novembre in casa De Rossi-Zampogna si festeggia come se fosse arrivato Natale. Ma quest’anno per il traguardo dei cinquant’anni di nuova vita di Rosina, la famiglia Zampogna ha festeggiato il 24 agosto scorso, con un grande raduno di fratelli, figli e nipoti.
Quella che lei chiama “riconoscenza per la vita”, è anche riconoscenza medica: «La mia fu una patologia congenita, con un rene atrofizzato fin dalla nascita. Fu dopo un’intossicazione da farmaci per errata terapia, che mi ritrovai in dialisi, con il rene funzionante messo fuori uso. Anni duri che mi segnarono nel corpo al punto da indurmi a pesare 35 chili appena. I medici mi ripetevano che l’unica speranza era il trapianto. Erano gli anni in cui solo Lione o Milano effettuavano queste operazioni, a costi elevatissimi. La sede di Verona era ancora in fase sperimentale e comunque, nonostante le scarse risorse famigliari, decisi di provare. Qui l’allora primario di Verona, il compianto Piero Confortini, luminare nel campo, mi sottopose alla tipizzazione per testare la compatibilità di un rene nella mia famiglia, identificando in mio fratello Eugenio, il possibile donatore», riconsegnando di fatto Rosina alla sua seconda vita. Che lei ancora oggi definisce come un “miracolo di rinascita”.
Nell’ospedale di Borgo Trento di Verona il primo trapianto di rene (e il secondo in Italia) è stato effettuato a novembre 1968 dal prof. Piero Confortini, chirurgo pioniere nei trapianti, non a caso l’Azienda ospedaliera universitaria integrata gli ha intitolato il Polo chirurgico, uno dei più grandi d’Europa. Confortini fu tra i primi in Italia a sperimentare l’emodialisi e a promuovere la cultura della donazione.

Secondo il rapporto annuale del Consiglio d’Europa, l’Italia si conferma tra le eccellenze europee e mondiali nel campo della donazione e del trapianto di organi, tessuti e cellule. Si diventa donatori esprimendo la propria volontà all’ufficio anagrafe del proprio Comune, compilando moduli specifici presso l’Ulss o rivolgendosi alle associazioni donatori di organi.