Chiesa
Tra gli anni ’20 e ’30, il genio di Romano Guardini iniziò una “battaglia culturale” contro la suppellettile seriale e devozionale. Nel castello di Rothenfels, dove formava i giovani alla liturgia, aprì con il noto architetto Rudolf Schwarz un laboratorio per “riattivare i sensi dell’uomo” anestetizzati dalla produzione industriale e creare, con nobiltà e verità, “oggetti” liturgici capaci di additare l’invisibile con il visibile. Il suo pensiero ha contribuito così, dopo il Concilio, al ripensamento della sacra suppellettile, per quanto poi ad alcuni esiti validi dell’artigianato si siano contrapposte soluzioni sbrigative, ingenue se non kitsch.
Le nostre parrocchie si ritrovano ora un grande patrimonio di libri liturgici, calici, vasi sacri, reliquie, vesti storiche, di cui dovrebbero aver cura anche se sono in cattivo stato di conservazione: le suppellettili, in quanto dedicate o benedette, non vanno gettate nei rifiuti, rispettando il culto divino da esse svolto (cfr. CJC can. 1171).
Gli oggetti metallici (vasi sacri, croci, turiboli, navicelle, candelieri, reliquiari) usurati possono essere restaurati o – se non più utilizzabili per foggia o interruzione dell’impiego (carteglorie, busti dei santi…) – custoditi con rispetto in armadi e magazzini. È bene porre nell’archivio parrocchiale i libri liturgici tridentini o le edizioni del Vaticano II non più in uso.
Le vesti liturgiche antiche (pianete, piviali, dalmatiche, tunicelle, manipoli, borse da calice, camici in pizzo, cingoli) vanno conservate in armadi idonei; quelle invece gravemente deteriorate o di scarso valore non si devono assolutamente gettare nei rifiuti, ma – sentito l’Ufficio diocesano per la liturgia – potrebbero essere bruciate.